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Capitolo 32

I sogni di D. Bosco giudicali da D. Cafasso Il sogno delle 22 lune -Morte di Gurgo Secondo Divozione di D. Bosco per le anime del Purgatorio Morte di Gavio Camillo - Avveramento di altre predizioni sulla fine di varii giovani.


Capitolo 32

da Memorie Biografiche

del 29 novembre 2006

 I giovani dell'Oratorio erano di già persuasi che Don Bosco avesse ricevuti dal Signore doni spirituali straordinari. Aveva egli, fra le altre cose, predetta la morte di parecchie, persone ed altri avvenimenti contingenti ed umanamente imprevedibili. Ma nell'anno 1854 rimasero sempre più impressionati, quando incominciò ad esporre sogni che si possono realmente definire come celesti visioni, perchè in questi Iddio faceva vedere a D. Bosco, quello che voleva da lui e dai giovani e sovratutto ciò che occorreva al bene spirituale dell'Oratorio. D. Bosco annetteva a questi sogni grande importanza, temperata però da una sincera umiltà, essendo evidente che nel parlarne ai giovani non cervava per sè gloria di sorta; anzi nell'esordire in tali narrazioni, per allontanare da sè ogni ombra di merito e di privilegio, sceglieva sempre fra due pensieri il più ordinario e il meno proprio a farle risaltare, e sovente ricorreva a qualche descrizione giocosa e palliava i punti più brillanti, che si presentavano però naturali e spontanei in chi l'udiva.

Ma la loro importanza D. Bosco la dimostrava coi fatti, giacchè egli in questi casi non risparmiava fatica alcuna come predicare, confessare, dare udienza, anche ad uno ad uno dei giovanetti, che andavano a domandargli conto di ciò che aveva saputo sul loro presente o sul loro, avvenire. L'effetto immancabile di tali racconti era un salutare orrore al peccato, quale non avrebbe incusso un corso di esercizi spirituali. Tutti si confessavano con particolare compunzione, molti facevano la confessione generale, e le comunioni erano assai più frequenti, con indicibile vantaggio delle anime. E non poteva essere altrimenti vedendo avverate predizioni colle scrutazioni dei cuori.

  “ Tuttavia, ci disse una volta D. Bosco, parlandoci in confidenza d'amico, nei primi anni io andava a rilento, nel prestare a que' sogni tutta quella credenza che meritavano. Molte volte li attribuiva a scherzi di fantasia. Raccontando quei sogni, annunziando morti imminenti, predicendo il futuro, più volte era rimasto nell'incertezza, non fidandomi dì aver ben compreso e temendo di dire bugie. Talora dopo aver parlato non sapeva più ciò che avessi detto. Perciò alcune volte mi confessai a D. Cafasso di questo, secondo me, azzardato parlare. Il santo prete mi ascoltò, pensò alquanto e poi mi disse: - Dal punto che quanto dite si avvera, potete star tranquillo e continuare. - Però solo anni dopo quando morì il giovane Casalegno e lo vidi nella cassa sopra due sedie nel portico, precisamente come nel sogno, e seppi dell'impegno nel quale erasi messo D. Cagliero di impedire l'avveramento della cosa senza riuscirvi, allora più non esitai a credere fermamente che que' sogni fossero avvisi del Signore ”.

   Di questo sogno ne parleremo a suo tempo; ora ripigliamo il filo.

   Nel marzo del 1854 in giorno di festa, D. Bosco dopo i vespri radunò tutti gli alunni interni nella retrosagrestia dicendo di voler raccontar loro un sogno. Erano presenti fra gli altri i giovani Cagliero, Turchi, Anfossi, il Ch. Reviglio, il Ch. Buzzetti, dai quali abbiamo raccolta la nostra narrazione. Tutti erano persuasi che sotto il nome di sogno D. Bosco occultasse le manifestazioni che aveva dal cielo.

   Il sogno fu questo: - Io mi trovava con voi nel cortile e godeva nel mio cuore di vedervi vispi, allegri e contenti. Chi saltava, chi gridava, chi correva. Ad un tratto vedo che uno di voi esce da una porta della casa e si mette a passeggiare in mezzo ai compagni, con una specie di cilindro, ossia turbante, sul capo. Era questo trasparente, tutto illuminato nell'interno; e colla figura di una grossa luna, nel bel mezzo della quale era scritta la cifra 22. Io stupito cercai subito di avvicinarlo per dirgli che lasciasse quell'arnese da carnevale: ma ecco mentre Varia si oscurava, come se fosse stato dato un segnale di campanello, il cortile si sgombra e scorgo tutti i giovani sotto i portici della casa, disposti in fila. Il loro aspetto manifestava un gran timore, e dieci o dodici di essi aveano il viso ricoperto di strana pallidezza. Io passai davanti a tutti questi per osservarli; e scorgo fra di loro quello che aveva la luna sul capo, più pallido degli altri; da' suoi omeri pendeva una coltre funebre. M'incammino verso di lui per chiedergli che cosa significasse quello strano spettacolo; ma una mano mi trattiene, e vedo uno sconosciuto di grave aspetto e nobile portamento, che mi dice: -Ascoltami, prima di avvicinarti a lui; egli ha ancora 22 lune di tempo, e prima che siano passate, morrà. Tienlo d'occhio e preparalo! - Io voleva domandargli qualche spiegazione del suo parlare e della sua improvvisa comparsa, ma più nol vidi. Il giovane, miei cari figliuoli, io lo conosco ed è tra di voi!

   Un vivo terrore si impossessò di tutti i giovani, tanto più essendo la prima volta che D. Bosco annunziava in pubblico e con una certa solennità la morte di uno della casa. Il buon padre non potè a meno di notarlo e proseguì: - Io lo conosco ed è tra voi quel delle lune. Ma non voglio che vi spaventiate. È  un sogno come vi ho detto, e sapete che non sempre si deve prestar fede ai sogni. Ad ogni modo, comunque sia la cosa, quello che è certo si è che dobbiamo essere sempre preparati come ci raccomanda il divin Salvatore nel santo Vangelo e non commettere peccati; ed allora la morte non ci farà più paura. Fatevi tutti buoni, non offendete il Signore, ed io intanto starò attento e terrò d'occhio quello del numero ventidue, il che vuol dire 22 lune, ossia 22 mesi: e spero che farà una buona morte.

  Questo annunzio, se spaventò sul principio i giovani, fece però in appresso grandissimo bene, perchè stavano tutti attenti a mantenersi in grazia di Dio, col pensiero della morte, ed a contare intanto le lune che trascorrevano. D. Bosco a quando a quando li interrogava: Quante lune vi sono ancora? - E gli veniva risposto: - Venti, diciotto, quindici, ecc. - Talora i giovani che badavano a tutte le sue parole, gli si accostavano per annunziargli le lune già passate, e cercavano far pronostici, indovinare; ma D. Bosco stava in silenzio. Il giovane Piano, entrato come studente nell'Oratorio nel mese di novembre 1854, sentiva parlare della nona luna e dai compagni e dai superiori venne a sapere ciò che D. Bosco aveva predetto. Ed egli pure, come tutti gli altri, stette in osservazione.

   Finì l'anno 1854, trascorsero molti mesi del 1855 e venne l'ottobre, cioè la luna ventesima. Cagliero, già chierico, era incaricato di sorvegliare tre stanzette vicine nell'antica casa Pinardi, che servivano di dormitorio ad una camerata di giovani. Fra questi era un certo Gurgo Secondo, Biellese da Pettinengo, in sui 17 anni, di belle e robuste forme, tipo di una florida sanità, che dava tutte le speranze di lunga vita, fino ad estrema vecchiezza. Suo padre l'aveva raccomandato a D. Bosco perchè lo tenesse in pensione. Valente suonatore di pianoforte e di organo studiava da mane a sera la musica e guadagnava di bei, soldi dando lezioni in Torino. D. Bosco lungo l'anno, a quando a quando, aveva interrogato il Ch. Cagliero sulla condotta de' suoi assistiti, con particolare premura. Nell'ottobre lo chiamò a sè e gli disse: -Dove dormi tu?

     - Nella stanzetta ultima, rispose il Ch. Cagliero; e di là assisto le altre due.

     - E non sarebbe meglio che trasportassi il tuo letto in quella di mezzo?

     - Come vuole; ma le faccio notare che le altre due stanze sono asciutte, mentre nella seconda una parete è formata dalla muraglia del campanile della chiesa, costrutto di fresco. Vi è quindi un po' di umidità: si avvicina l'inverno e potrei prendermi qualche malanno. D'altronde di dove mi trovo adesso, posso benissimo assistere tutti i giovani del mio dormitorio.

     - Quanto ad assisterli lo so che puoi; ma è meglio, replicò D. Bosco, che te ne vada in quella di mezzo.

Il Ch. Cagliero obbedì, ma dopo qualche tempo chiese licenza a D. Bosco di tramutare il suo letto nella stanza primiera. D. Bosco non acconsentì, ma gli disse: - Sta dove sei e riposa tranquillo che la tua sanità nulla avrà a soffrirne.

   Il Ch. Cagliero si acquietò e alcuni giorni dopo di bel nuovo fu chiamato da D. Bosco: - Quanti siete nella tua nuova stanza?

   Rispose: - Siamo tre: io, il giovane Gurgo Secondo, il Garovaglia; ed il pianoforte che fa quattro.

     - Bene, disse D. Bosco; va bene: siete, tre suonatori, e Gurgo potrà darvi lezioni di pianoforte. Tu guarda di assisterlo bene. - E null'altro aggiunse. Il chierico, punta da curiosità e venuto in sospetto, incominciò a fargli qualche domanda, ma D. Bosco lo interruppe dicendogli: - Il perchè lo saprai a suo tempo. - Il segreto era che in quella stanza stava il giovane delle 22 lune.

   Al principio di dicembre non vi era alcun ammalato nell'Oratorio, e D. Bosco, salito in cattedra alla sera dopo le orazioni, annunziò che uno dei giovani sarebbe morto prima del santo Natale. Per questa nuova predizione e perchè le 22 lune ormai si compievano, in casa regnava una grande trepidazione, si ricordavano frequentemente le parole di D. Bosco e se ne temeva l'avveramento.

   D. Bosco in que' giorni aveva chiamato a sè ancora una volta il Ch. Cagliero, e gli domandò se Gurgo si portasse bene e se, date le lezioni di musica in città, ritornasse a casa per tempo. Cagliero gli rispose che tutto andava bene e che non vi erano novità ne' suoi compagni. Ottimamente; sono contento: invigila perchè siano tutti buoni, e avvisami se accadessero degli inconvenienti. Cosi gli disse D. Bosco che più altro non aggiunse.

Ed ecco verso la metà di dicembre essere il Gurgo assalito da una colica violenta e così pericolosa che, mandato a chiamare in fretta il medico, per suo consiglio gli si amministrarono i santi Sacramenti. Per otto giorni, e molto penosa, durò la malattia e volgeva in meglio, grazie alle cure del dottore Debernardi, sicchè Gurgo potè levarsi da letto convalescente. Il male era come sparito e il medico ripeteva averla il giovane scappata bella. Intanto era stato avvisato il padre, poichè, non essendo ancora morto alcuno all'Oratorio, D. Bosco voleva impedire agli allievi un funereo spettacolo. La novena del Santo Natale era incominciata e Gurgo pressochè guarito contava d'andare al paese nelle feste natalizie. Tuttavia, quando si davano buone nuove di lui a D. Bosco, ci aveva l'aria di chi non voglia credere. Venne il padre, e trovato il figlio già in buono stato, chiesta ed ottenuta licenza, andò a prendere il posto alla vettura per condurlo l'indomani a Novara, e poi a Pettinengo, perchè si ristabilisse pienamente in salute. Era di domenica, 23 dicembre; Gurgo però quella stessa sera mostrò desiderio di mangiare un po' di carne, cibo vietato dal medico. Il padre per rafforzarlo corse a comprarla e la fece cuocere in una macchinetta da caffè. Il giovane bevette il brodo e mangiò la carne, che certo doveva essere mezzo cruda e mezzo cotta e forse troppo -più del necessario. Il padre si ritirò; nella camera rimase l'infermiere e Cagliero. Ed ecco ad una certa ora della notte l'infermo comincia a lamentarsi per i dolori di ventre. La colica era tornata ad assalirlo nel modo più straziante. Gurgo chiamò per nome l'assistente: - Cagliero, Cagliero? Ho finito di farti scuola di pianoforte.

     - Abbi pazienza: coraggio! rispondeva Cagliero.

     - Io non vado più a casa: non parto più. Prega per me; se sapessi quanto male mi sento. Raccomandami alla Madonna.

     - Sì, pregherò: invoca anche tu Maria SS.

  Intanto Cagliero incominciò a pregare; ma vinto dal sonno  si addormentò. Ed ecco all'improvviso l'infermiere lo scuote e accennandogli Gurgo corre subito a chiamare D. Alasonatti, che dormiva nella camera vicina. Questi venne, e dopo qualche istante Gurgo spirava. Fu una desolazione in tutta la casa. Cagliero al mattino incontrò Don Bosco che scendeva le scale per andare a dire la S. Messa ed era molto mesto, perchè già gli era stata comunicata la dolorosa notizia.

   Intanto nella casa si faceva un gran parlare di questa morte. Si era alla vigesima seconda luna e questa non ancora compiuta; e Gurgo, morendo il 24 dicembre prima dell'aurora, compieva anche la seconda predizione, cioè che egli non avrebbe vista la festa del santo Natale.

   Dopo pranzo i giovani e i chierici circondavano silenziosi D. Bosco. A un tratto il Ch. Turchi Giovanni lo interrogò se Gurgo fosse quello delle lune. - Sì, rispose D. Bosco: era proprio lui; è appunto desso che io vidi nel sogno! - Quindi soggiunse ancora: -Avrete osservato, che io, tempo fa, lo aveva messo a dormire in una camerata speciale, raccomandando a taluno dei migliori assistenti, che là trasportasse il suo letto acciocchè potesse continuamente vigilar su di lui. E l'assistente fu il Ch. Giovanni Cagliero. E improvvisamente voltosi a questo chierico gli disse: Un'altra volta non farai più tante osservazioni a quanto ti dirà D. Bosco. Adesso capisci perchè io non voleva che tu lasciassi la camera ove era quel poveretto? Tu mi supplicavi; ma io non volli contentarti, appunto perchè Gurgo avesse un custode. Se egli fosse ancor vivo, potrebbe dire le quante volte gli andava parlando così alla larga della morte e le cure che gli prodigai per disporlo ad un felice passaggio.

   “ Io, scrisse Mons. Cagliero, intesi allora il motivo delle speciali raccomandazioni fattemi da D. Bosco, ed imparai a conoscere ed apprezzare vie meglio l'importanza, delle sue parole e dè suoi paterni avvisi ”.

   “ La sera, vigilia di Natale, narra Enria Pietro, mi ricordo ancora D. Bosco che saliva sulla cattedra girando gli occhi intorno come se cercasse qualcuno. E disse:  il primo giovane che muore nell'Oratorio. Ha fatto le sue cose bene e speriamo che sia in paradiso. Raccomando a voi che siate sempre preparati…..- E non potè più parlare perchè il suo cuore era troppo addolorato. La morte avevagli rapito un figlio ”.

   Essendo Gurgo il primo alunno morto nella casa, dal giorno che era stato fondato l'Oratorio, D. Bosco volle fargli un funerale onorevole, benchè con pompa mediocre. In questa occasione D. Bosco trattò col Parroco di Borgo Dora, per intendersi sui diritti parrocchiali, qualora altri giovani fossero chiamati all'eternità. Egli prevedeva con certezza altre morti, alle quali pare che accennasse chiaramente il sogno, benchè non ci consti che desse di tutte avviso agli alunni. D. Gattino usò cortese deferenza verso l'Oratorio nello stabilire le condizioni per il trasporto dei nostri defunti, fissando il costo delle varie classi di funerali, e concedendo agevolezze in quelle spese, che non sui parenti, ma sopra D. Bosco avessero gravato.

  Nelle feste del Natale intanto D. Bosco raccomandava caldamente ai giovani interni ed esterni, che le molte comunioni avessero per fine i suffragi per l'anima del povero Gurgo.

  D. Bosco ardeva di una tenerissima carità verso le anime del purgatorio. Alla morte di un giovane, o di un benefattore o amico della casa, ordinava tosto preghiere pubbliche, comunione generale, recita di una terza parte di Rosario, la celebrazione di un modesto funerale e l'applicazione della messa della comunità in loro suffragio Faceva recitare per i defunti preghiere speciali tutti i giorni, nell'esercizio mensile di buona morte, nell'ultimo giorno di carnevale. La sera di Ognissanti in chiesa, egli assisteva in mezzo ai giovani alla recita del Rosario intiero e sovente la guidava; e il 2 novembre celebrava un ufficio funebre per tutti i fedeli defunti. Raccomandava ai giovani in loro favore l'Atto eroico di carità. Occorrendo una festa in cui si potesse lucrare indulgenza plenaria applicabile alle anime purganti, non mancava mai di notarla. Animava gli infermi e gli afflitti a soccorrere quelle povere anime, coll'offrire per esse a Dio le loro tribolazioni; ed egli offriva le proprie unite a continue preghiere. Quando qualche giovane o altra persona domandavagli un consiglio in modo generico, egli soleva dire: - Fate una comunione o recitate una terza parte del Rosario, o ascoltate la S. Messa in suffragio di quell'anima del purgatorio a cui manca solo il merito di questa opera buona - per soddisfare alla divina giustizia e volare al paradiso. - Queste o altre pratiche di pietà per lo stesso fine ei consigliava, anche non richiesto. La sua fede era vivissima nell'esistenza del Purgatorio. Nelle istruzioni religiose e nei discorsi famigliari si studiava sovente di dare ai giovani un'idea esatta della credenza delle pene del purgatorio; e le descriveva con tanta vivezza di colori, che ispirava in tutta l'udienza una profonda compassione e un caldo desiderio di pregare e patire in suffragio delle anime purganti. Di ciò D. Rua, D. Turchi, D. Francesia, D. Cagliero, tutti insomma ne sono testimonii fin dai primordi dell'Oratorio.

   Seppellito Gurgo, un altro giovanetto era chiamato da Dio all'eternità. Gavio Camillo, nei due soli mesi che visse all'Oratorio, aveva edificati i compagni con un'insigne pietà. Ma la sua malattia antica ricomparve e malgrado le sollecitudini dei medici e degli amici non le si potè più trovare rimedio. Savio Domenico andò più volte a visitarlo e si offerse di passare le notti vegliando presso di lui, sebbene non gli venisse permesso. Dopo alcuni giorni di peggioramento e dopo aver ricevuti con grande edificazione gli ultimi sacramenti, assistito da D. Bosco, rendeva l'anima sua al Creatore il 29 dicembre 1855.

   Quando Savio Domenico seppe che l'amico era spirato, volle andarlo a vedere per l'ultima volta, e mirandolo estinto, commosso gli diceva: - Addio, Gavio, io sono intimamente persuaso che tu sei volato al Cielo; perciò prepara anche un posto per me; io ti sarò sempre amico, e finchè il Signore mi lascierà in vita, pregherò pel riposo dell'anima tua. - Dopo andò con altri compagni a recitare l'ufficio dei morti nella camera del defunto, e si fecero altre preghiere lungo il giorno; quindi invitò alcuni dei più buoni condiscepoli a fare la santa comunione, ed egli stesso la fece più volte in suffragio del caro amico.

  D. Bosco nel registro degli alunni a fianco del nome di Gavio scrisse: Morì in odore di singolar virtù. Da indizii da noi raccolti, certi, benchè non precisati, pare che anche di questo giovanetto D. Bosco abbia preavvisata la morte. Più modesti che per Gurgo furono i suoi funerali.

  Oltre la suddetta profezia altre di simil genere furono da D. Bosco annunciate. “ Dal 1854 al 1860 parecchie volte, affermò il Can. Anfossi, D. Bosco dopo le orazioni della sera tenendo il solito discorsetto ebbe a dire: - Fra poco (e alle volte determinava il tempo p. e un mese) uno di quelli che sono qui andrà a rendere conto al Signore della sua vita. - È  incredibile quanto grande era l'impressione che queste parole facevano sull'animo nostro, non potendo noi menomamente sospettare a chi si riferisse tale avviso, non essendovi malati in casa; e di più già conoscevamo per esperienza che tale annunzio, altre volte fatto, erasi avverato. Il Cav. Domenico D. Morra Canonico della Cattedrale di Pinerolo, mio compagno nell'Oratorio, da me interrogato confermò pienamente queste profezie ”.

Dal 1860 oltre al 1880, si può dire che quasi ogni mese, annunziando l'esercizio di buona morte, D. Bosco soleva fare simili predizioni; ma narrando con tale precisione le circostanze di quelle morti future da far meravigliare quelli che ne vedevano il pieno avveramento. Il nome di alcuni di questi giovani defunti fu dimenticato; di alcuni sogni verificati i singoli casi e le singole circostanze o non furono scritte, essendo cose consuete, o se ne perdettero in tanti anni i documenti. Però in una sua nota, dice D. Berto Gioachino: “ Egli predisse, assai prima che accadesse, la morte di quasi tutti i giovani dell'Oratorio, notando il tempo e le circostanze del loro passaggio all'altra vita. Una volta o due ne avvertì chiaramente il giovane. Sovente lo fece custodire da qualche buon compagno; talora ne disse in pubblico le iniziali del nome. Queste predizioni, per quanto ricordo, posso assicurare che ebbero tutte il loro pieno compimento. Qualche rarissima eccezione vi fu, ma tale che servi di conferma dello spirito profetico di D. Bosco. Io D. Berto testimonio oculare ed auricolare scrivo queste cose ”.

 

 

 

 

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