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Capitolo 32

Il pensiero della vocazione - Giovanni delibera di entrare tra i Francescani - A Chieri alloggia presso un caffettiere - Come impedisce i cattivi discorsi - Splendidi elogi della sua condotta - La scuola gratuita di latinità al sagrestano del duomo.


Capitolo 32

da Memorie Biografiche

del 11 ottobre 2006

Coll’anno di umanità Giovanni vedeva avvicinarsi il tempo, nel quale avrebbe dovuto deliberare intorno alla sua vocazione, Mentre prima anelava con tanto desiderio a divenir prete, ora un timore reverenziale lo riempiva, al pensiero della sublimità di tale stato, della propria miseria e degli obblighi eterni che avrebbe contratti con Dio. State in timore davanti al mio santuario. Io il Signore.

Su questo punto della sua vita il nostro Giovanni lasciò scritto una pagina di umiltà ammirabile. Il sogno di Morialdo mi stava sempre impresso; anzi si era altre volte rinnovato in modo assai più chiaro, per cui volendoci prestar fede, doveva scegliere lo stato ecclesiastico, cui appunto mi sentiva propensione; ma non voleva credere ai sogni, e la mia maniera di vivere e la mancanza assoluta delle virtù necessarie a questo stato rendevano dubbiosa e assai difficile quella deliberazione. Oh se allora avessi avuto una guida, che si fosse presa, cura della mia vocazione, sarebbe stato per me un gran tesoro; ma questo tesoro mi mancava! Aveva un ottimo confessore, che pensava a farmi buon cristiano, ma di vocazione non si volle mai mischiare. Consigliandomi con me stesso, dopo avere letto qualche libro che trattava della scelta dello stato, mi sono deciso di entrare nell'Ordine Francescano. Se io rimango chierico nel secolo, diceva fra me, la mia vocazione corre gran pericolo di naufragio. Abbraccierò lo stato ecclesiastico, rinuncierò al mondo, andrò in un chiostro, mi darò allo studio, alla meditazione, e così nella solitudine potrò combattere le passioni, specialmente la superbia, che nel mio cuore avea messe profonde radici. In Chieri egli aveva frequentato il convento dei Francescani, e alcuni di quei Padri, conosciute le rare qualità di scienza e di pietà, delle quali era dotato, aveangli fatto invito di entrare nel loro Ordine, assicurandolo che sarebbe stato dispensato dallo sborsare la somma prescritta ad ogni novizio per l'ingresso. Questa proposta aveva pel momento acquietato ogni sua perplessità, tanto più che, trovandosi impensierito pel pagamento della pensione in seminario, ogni altra via parevagli chiusa.

Mamma Margherita lo avea lasciato sempre libero sulla scelta dello stato. Quindi non era mai entrata in discorso sull'avvenire, mai aveva fatto progetti sopra una vita più comoda per mezzo suo, mai mostrato il menomo desiderio di volerlo in casa presso di sè o di andare ad abitare con lui quando fosse prete. Se talora Giovanni le chiedeva che cosa pensasse, che desiderasse da lui, essa invariabilmente gli dava una sola risposta: - Io non aspetto altro da te, fuorchè la tua salvezza eterna! Giovanni, benché la vedesse tranquilla, giudicò non essere ancora venuto il tempo di palesarle il suo progetto; sia perchè sentiva il sacrificio che le avrebbe cagionato quel distacco, sia anche perchè non era cosa che avrebbe mandato subito ad effetto. Per l'ammissione tra i Francescani era necessario subire un esame, per cui dovevano trascorrere prima alcuni mesi di preparazione. Tuttavia egli pensò di procurarsi le carte che sapeva necessarie, e ne fece richiesta al suo prevosto; il quale lo contentò, ma nel, dargliele, com’era naturale, D. Dassano gliene chiese il motivo, e Giovanni non gli nascose la presa risoluzione.

Frattanto era giunto il tempo di ritornare a Chieri. Sta Avendo la signora Lucia Matta tolto il suo alloggio da questa, per aver suo figlio terminati gli studi di ginnasio, bisognava trovare per Giovanni una nuova pensione. In quell'anno un cugino ed amico della famiglia Bosco, della stessa borgata di Morialdo, Giuseppe Pianta, aveva deciso di andare ad aprire una bottega di caffè e liquori in Chieri. Margherita colse l’opportunità e lo pregò di accettare Giovanni in casa sua, ed il Pianta propose al giovane l'ufficio di garzone caffettiere nella sua bottega; al che accondiscese Giovanni, anche per essere più vicino di abitazione al suo professore D. Banaudi, col quale era già in amichevole relazione.  

Sembra però che all'arrivo di Giovanni in quella città il Pianta non avesse ancor finiti i suoi apprestamenti e non si fosse ancora accomodato nella nuova casa. Stando alle relazioni fatte dagli anziani del paese a D. Secondo Marchisio ed alle notizie che ne ebbe il professore D. Giovanni Turchi, pare che il nostro Giovanni abbia abitato per alcun tempo presso un tal Cavalli, il quale gli assegnò un angolo della stalla di notte, e lo obbligò a prendersi cura di un giumento e ad attendere a qualche lavoro, in una sua vigna poco lontana dalla città. Giovanni però aveva chiesta ed ottenuta esplicita promessa di essere lasciato in piena libertà ogni sabato sera, per potersi recare in chiesa a fare la sua Confessione. E questa una prova di più dell'eroica fortezza di Giovanni nel sostenere tanti disagi per giungere al sacerdozio. Questo fu l'anno, nel quale dovette sopportare le maggiori privazioni, persino nel povero e scarso vitto. Si dice che il signor Ceppi, negoziante in ferro a Chieri, abbia fatte istanze presso il Pianta, perchè si affrettasse ad ospitare Giovanni. Comunque sia andata la cosa, noi lo troviamo presto in casa del cugino, a fare il sorvegliante notturno e ad occuparsi delle varie faccende domestiche. Non riceveva stipendio, ma aveva libero il tempo necessario per poter studiare. Il cugino concedevagli l'alloggio gratuito e gli somministrava la minestra. La madre, come era consuetudine, gli provvedeva da casa pane e pietanza. Uno stretto vano sopra un piccolo forno, costrutto per cuocere le paste dolci e al quale si ascendeva per una scaletta, era il luogo destinatogli per dormire; per poco, che egli si fosse allungato nel lettuccio, i suoi piedi sporgevano non solo dall'incomodo pagliericcio, ma dalla stessa apertura del vano

“Quella pensione era certamente assai pericolosa per causa degli avventori, così scrisse D. Bosco stesso; ma essendo con buoni cristiani e continuando le relazioni con esemplari compagni, io potei andare avanti senza danno morale”.

Il padrone talora lo incaricava di notare le puntate ai giocatori del bigliardo, ed egli recavasi nella sala sempre leggendo un libro. Il suo volto, allorchè si pronunziava qualche bestemmia o si intraprendeva qualche discorso poco onesto, si faceva così serio, che moriva la parola in bocca ai giocatori. Sovente però, non contento di disapprovare col silenzio, sapeva anche valersi della parola e correggere con carità ed efficacia coloro che avevano mancato. Per il che parecchi di quei buontemponi, non osando parlare liberamente come lor talentava, pregarono il Pianta che non mettesse più Giovanni a notare i punti del giuoco, perchè, dicevano, imponeva loro rispetto e si sentivano in soggezione. E talora esclamavano stizziti: - Ma allontanate quel ragazzo da questo luogo!

Compiuti i doveri del servizio, Giovanni studiava e con diligenza eseguiva i suoi lavori scolastici, impiegando il restante del tempo libero, parte in leggere i classici italiani o latini e parte nel confezionare liquori e confetture. Alla metà dell'anno era in grado di preparare caffè, cioccolatte, e conosceva le regole e le proporzioni per fare ogni genere di confetti, di paste, di liquori, di gelati e rinfreschi; tanto che il principale, considerando l'utile che gli avrebbe potuto recare al negozio, gli fece vantaggiose profferte, perchè, lasciando ogni altra occupazione, si desse intieramente a quel mestiere. Giovanni però, che faceva quei lavori soltanto per divertimento e ricreazione, recisamente rifiutossi, protestando nuovamente che la sua risoluta intenzione era di continuare gli studi. In quel negozio egli imparò eziandio a far cucina, e così andava preparandosi colle necessarie cognizioni all'amministrazione di un povero ospizio di carità.

Con queste svariate occupazioni, mai non trascurò le pratiche di pietà giornaliere. Affermava lo stesso Sig. Giuseppe Pianta il 10 maggio del 1888 a D. Bonetti, a D. Berto e a D. Francesia, in una stanza della Casa Salesiana di Chieri: “Era impossibile trovare un giovane più buono di Giovanni Bosco. Tutte le mattine andava a servire alcune Messe nella chiesa di S. Antonio. In casa avevo la madre mia vecchia ed ammalata, ed era ammirabile la carità che egli sapeva usarle. Sovente passava la, notte intiera studiando, ed alla mattina io lo trovavo ancora sotto il lume acceso a leggere e a scrivere”. Si dice che sia durante quelle notti che abbia imparato così bene a memoria Dante e Virgilio,

Egli formava il buon esempio di tutto il vicinato. La signora Clotilde Vergnano, figlia del proprietario della casa, diceva nel 1889, che essa allora giovinetta nol vide mai stare oziando e far ricreazione nel cortile cogli altri fanciulli del vicinato: che alcune volte lo incontrava su per le scale, mentre andava a prender acqua per un buon prete, D. Arnaud, e che mai le fu dato di vederlo alzar gli occhi e fissarla in viso: che venne infine a sapere come il medesimo D. Arnaud, testimonio della vita ritirata ed edificante del giovane, scrisse poi al parroco di Castelnuovo, perchè si occupasse per collocarlo in un luogo più comodo e sicuro.

Il signor Giuseppe Blanchard confermò come, durante il tempo che Giovanni abitò in casa di Giuseppe Pianta, mai fu veduto prendere parte agli allegri e chiassosi divertimenti, con i quali egli, allora pur giovanetto, si sollazzava, coi suoi fratelli ed amici, malgrado che gliene facessero vive istanze quando ritornava dalla scuola.

Per quanto Giovanni amasse i giovanetti e s'intrattenesse volentieri con loro, seguiva infallibilmente la massima: “Ogni cosa ha il suo tempo”. In ogni sua azione era ordinato e non transigeva dalla regola che si era prefissa. Aveva fissato il tempo per le riunioni della Società dell'Allegria, il tempo per le ripetizioni ai compagni che a lui si rivolgevano per aiuto, il tempo per accudire alle faccende de' suoi ospiti, il tempo che doveva consacrare alla preghiera, alla chiesa, ai Sacramenti. E la ricreazione aveva pur il suo tempo; ma ecco in qual modo. Ce lo racconta il canonico Giuseppe Caselle, che allora stava a dozzina con sei o sette giovanetti presso un buon prete di Chieri, maestro nelle scuole municipali, il quale abitava in casa di un certo Torta, posta in faccia a quella del Pianta. “Quasi ogni sera, egli narra, specialmente nell'inverno dopo cena, quando le occupazioni glielo permettevano, Giovanni Bosco veniva a trattenersi con noi, e lo aspettavamo nella sala, o nel piccolo cortiletto, se il tempo era bello. Non è a dire con quale gioia lo accoglievamo, quando egli compariva. Ed egli contento, incominciava a farci ridere qualche facezia, e, sempre pronto ai nostri desideri, ci raccontava graziose storielle edificanti e sapeva tenerci due ore e più senza che ce ne accorgessimo. Talora ci ripeteva o ci spiegava qualche tratto del catechismo. Di quando in quando in bel modo ci interrogava se andavamo a confessarci, se stavamo buoni; e noi per secondare il suo desiderio ci accostavamo ai santi Sacramenti più di quanto era allora costumanza. Allorchè gli dicevamo di essere andati, a confessarci, egli se ne rallegrava e ci faceva coraggio a perseverare nei buoni proponimenti. Noi eravamo disposti a fare per lui qualunque cosa. Per quanto tarda fosse venuta l'ora non sapevamo distaccarci da lui. Sovente il nostro medesimo maestro calava adagio in punta di piedi e veniva presso a noi per udire quali interessanti cose ci narrasse Bosco, da tenerci così attenti e silenziosi. Più di una volta il maestro ci disse avete un bell'esempio sotto gli occhi! Chi sa che cosa sarà per diventare questo giovanetto! In quelle sere poi, nelle quali Giovanni non poteva venire, noi eravamo melanconici, la ricreazione ci sembrava troppo lunga e noiosa ed aspettavamo che il maestro ci chiamasse per recitare le orazioni”. Giovanni riserbavasi quell'ora sola di sollievo alla sera, non avendo lungo il giorno un istante di respiro, ed egli sapeva convertirla così bene in un'ora di lezione morale.

In quell'anno poi si prese un impegno, che ha l'impronta di vero eroismo cristiano. Frequentando per le sue divozioni il duomo di Chieri, strinse amicizia con l'ottimo sagrestano maggiore, di nome Carlo Palazzolo, uomo di sincera pietà, che tre volte già era andato a Roma a piedi in pellegrinaggio per visitare le basiliche e le catacombe. Egli contava già i suoi trentacinque anni, e benchè corto d'ingegno, senza mezzi e distratto dalle occupazioni del suo ufficio, desiderava ardentemente di farsi prete. Conosciuta la bontà del giovane Bosco, lo pregò di volergli fare scuola. Fu esaudito subito, e Giovanni si assunse l'incarico di fargli regolarmente lezione tutti i giorni in guisa da poterlo preparare a subire con lui l'esame per la vestizione chiericale Palazzolo era quasi digiuno di studi, non aveva gran tempo da disporre; ma Giovanni, rifiutando ogni compenso, si recava puntualmente ogni dì alla sua abitazione presso il duomo a fargli scuola: di quando in quando per lo stesso motivo Palazzolo si recava a far visita all'amico; e Giovanni gli insegnò con tanta pazienza ed abilità, che in poco più di due anni non solo lo condusse al punto che voleva, ma, presentatolo ai professori del collegio per gli esami, questi riescirono felicemente. Chi non vede in ciò un preludio della sua futura istituzione dei Figli di Maria per promuovere le vocazioni dei giovani adulti allo stato ecclesiastico?

Quivi Giovanni fece eziandio conoscenza con Domenico Pogliano, campanaro del duomo, del quale erasi già, senza saperlo, guadagnata la stima per la sua fervente devozione, per il suo apostolato tra i coetanei coi catechismi, p gli onesti divertimenti così necessari onde allontanare la gioventù dal male. Questo bravo uomo, conoscendo come la casa del Pianta, non fosse luogo troppo adatto, per studiare con raccoglimento, invitò Giovanni ad approfittare della quiete di sua abitazione, e questi non mancò di recarvisi moltissime volte. Il campanaro asseriva di non aver mai veduto un giovane così riserbato e virtuoso come Giovanni Bosco, e il tavolino, al quale egli si assideva per studiare, è conservato tuttora con venerazione dagli eredi del Pogliano.

Così ci narrava D. Carlo Palazzolo negli ultimi anni di sua vita.

 

 

 

 

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