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Capitolo 23

L'Abate Aporti a Torino - Le scuole di metodo - Dissidio tra Sovrano e Prelato - Relazione di D. Bosco coll'Aporti - La prudenza del serpente e la semplicità della colomba in D. Bosco.


Capitolo 23

da Memorie Biografiche

del 23 ottobre 2006

 Carlo Alberto con editto del 10 luglio 1844, stabiliva in Piemonte le scuole così dette allora di metodo, e al presente chiamate normali, ordinate a diffondere universalmente la cognizione e la pratica delle migliori dottrine di educazione e a formare buoni maestri di scuole elementari: e chiamava da Cremona l'Abate Ferrante Aporti, acciocchè per un anno ne fosse in Torino il primo istitutore. Lettere commendatizie scrittegli con molte lodi dall'Arciduca Vicerè, avevano approvata la scelta da lui fatta.

L'arrivo del l'Aporti in Torino fu come un trionfo. Le ovazioni e gli applausi con affettazione prodigatigli, apertamente dichiaravano che egli veniva considerato dai liberali e dai settari come l'eroe del loro partito. Dalla Lombardia però erano pervenute a Mons. Fransoni informazioni poco favorevoli intorno a questo abate. Pareva che fosse una dichiarazione di guerra fatta dagli empi contro Dio e contro la Chiesa.

La scuola superiore di metodo fu inaugurata il 26 agosto in una sala della Regia Università e doveva rimanere aperta sino a tutto il settembre. Nessuno sarebbe stato più ammesso nel prossimo anno scolastico 1844-45 all'esame di maestro di scuola elementare nelle Provincie di Torino, di Pinerolo e di Susa, se non dietro certificato di frequenza a tale scuola. Il 30 settembre era fissato per gli esami: le patenti di approvazione a maestro della prima o seconda scuola normale elementare, o di professore di metodo, dovevano essere spedite dalla Segreteria dell'Università. Appena l'Aporti ebbe inaugurate le sue lezioni di pedagogia, queste divennero sempre più sospette ai buoni pel gran rumore che levavano di sè e per gli elogi che loro profondevano gli scrittori settari. D. Bosco intanto stava in vedetta per conoscere la piega che avrebbero presa questi avvenimenti.

L'Arcivescovo allora avvertì il Magistrato della Riforma che egli disapprovava l'intervento degli ecclesiastici alla scuola di metodo e fece esporre nelle sagrestie della città una lettera scritta a mano in cui interdiceva al suo clero di frequentare l'insegnamento dell'Aporti. Il Re ne andò sulle furie, e protestò che nè la nomina dell'Aporti, nè le scuole di metodo sarebbero rivocate. Clandestinamente Consiglieri settari, ai quali Carlo Alberto troppo incautamente dava talora ascolto, soffiavano nuovo alimento sulla regia indignazione. Una delle arti per meglio tradire il Re era quella di mettergli in malo aspetto Mons. Fransoni e di screditarglielo colla calunnia; perchè il senno, la virtù, la rettitudine ferrea di questo gran prelato era un ostacolo ai loro disegni. Vi fu intanto scambio di lettere tra il Sovrano, che era a Racconigi, e l'Arcivescovo, il quale si recò da lui per esporre a voce le sue ragioni. Carlo Alberto nell'accoglierlo si tenne in contegno, non potendo dissimulare gli affetti che lo agitavano; poi si rabbonì, lo ascoltò, e concluse dicendo di essere pienamente soddisfatto, de' suoi schiarimenti. Tuttavia lo sdegno del Re ben presto si riaccese. Monsignore aveva rimproverato un parroco della città per aver concesso all'Aporti di celebrar Messa nella sua Chiesa, senza l’autorizzazione della Curia. Era un obbligo prescritto dai Sinodi, un atto doveroso d'ossequio che l'Aporti non aveva prestato all'autorità ecclesiastica e necessario per non incorrere la sospensione. Forse i cortigiani presentarono quel fatto al Re come un'offesa voluta recare alla sua persona. Da quel punto incominciò a frapporsi la discordia tra due personaggi, che sino allora si erano amati sinceramente. L'Aporti entrava tanto nella grazia del Re, che questi più tardi lo proponeva a Pio IX perchè fosse consecrato Arcivescovo di Genova, e lo nominava Senatore del Regno. Il Sovrano tuttavia era in buona fede, mentre l'Arcivescovo non operava dietro semplici sospetti. Da personaggi bene addentro nelle segrete cose e dallo stesso D. Bosco aveva ricevute disgustose rivelazioni. Il giovane prete, era già intrinseco con varie persone influenti di ogni classe di cittadini. Aveva amici tra gli impiegati del Governo, tra gli ufficiali del palazzo reale e dell'esercito e tra i professori dell'Università. Accadeva pertanto che questi per leale apertura di cuore, quegli per imprudenza nel parlare provocata da accorte interrogazioni, altri per stimolo di coscienza timorata, palesavano il poco o il molto che veniva in loro cognizione o per via di sospetti, o di indizi certi, o di qualche discorso indiscreto di chi aveva notizia da segrete conventicole. Vari insegnanti formavano infatti empia, e occulta congiura per togliere dalle scuole ogni idea di religione rivelata. Con astuzia satanica studiavano progetti e programmi, i quali a poco a poco, insensibilmente, e colla costanza e pazienza usati per molti anni, conducessero, se fosse possibile, all'annientamento della fede nel cuore degli alunni. L'Arcivescovo adunque temeva le insidie che si andavano tramando a danno dell'altare e, per conseguenza, eziandio del trono. La posizione di coloro che avevano ricevute quelle gelose confidenze era delicatissima e pregavano Monsignore a non far conoscere da chi avesse saputo ogni cosa. La sua prudenza però era tale, da non compromettere alcuno.

Egli intanto era ansioso di sapere con esattezza ciò che insegnavasi nella nuova scuola di metodo, poichè non era ancor riuscito a vederci chiaro per le notizie contradditorie. Incaricò adunque D. Bosco di verificare e riferire. D. Bosco pertanto andava alle lezioni, che l'Aporti teneva all'Università. Egli subito contrasse relazione di cortesia con questo Abate. In gran numero accorrevano i maestri ad ascoltarlo, sicchè ne era piena zeppa la vasta sala. Tra gli allievi dell'Aporti notavasi l'Abate Iacopo Bernardi, emigrato veneziano e di grande dottrina, e il Prof. Raineri, uomo di retti principi e valentissimo in pedagogia, che per semplicità di mente si dichiarava suo seguace. Innanzi alla cattedra stavano seduti quindici o venti giovanetti, ai quali egli faceva una lezione pratica, e così indirettamente insegnava ai maestri il modo di fare scuola. Non era cosa facile formarsi un'idea chiara del suo sistema pedagogico religioso, poichè lo svolgeva in svariate e oscure sentenze che nascondevano il vero suo intendimento. Però D. Bosco non tardò ad accorgersi che venivano indirettamente esclusi da quelle lezioni i santi misteri della religione. L'Aporti non voleva che si parlasse mai ai giovanetti dell'inferno. Una volta esclamò - Ma perchè parlare ai bambini dell'inferno? Queste lugubri idee loro fanno del male; sono paure che non vanno bene nell'educazione. - Con ciò toglieva il santo timor di Dio. Vennero poi fuori dalle sue labbra proposizioni che, se non intaccavano apertamente la religione, potevansi però giudicare infette di eresia. Interrogava p. es. i suoi scolari uno per uno: - Chi è Gesù Cristo? - Chi rispondeva una cosa, chi un'altra; dopo molle interrogazioni egli dettava magistralmente la sua sentenza: - G. C., il Verbo di Dio, è la verità eterna soprannaturale. - Dell'uomo Dio, delle due nature perfette in una sola persona non ne faceva cenno. Poi chiedeva: - Chi è Maria SS.? - I giovani davano pure varie risposte, e il maestro non accettandole, concludeva: - Maria SS. è una creatura privilegiata. - Ma taceva per qual motivo fosse privilegiata. D. Bosco, trovandosi in particolare colloquio coll'Aporti, gli chiese perchè non spiegasse le sue definizioni. L'Aporti rispose che i giovani non erano capaci ancora di comprenderle.

D. Bosco dopo alcune settimane fece adunque relazione all'Arcivescovo in base alla verità. Mons. Fransoni lo ascoltò pensieroso e poi gli disse: - Ora basta: non andate più ad ascoltarlo. - E da quel momento D. Bosco più non vi andò.

Nello stesso tempo l'Aporti introduceva il sistema dello scozzese protestante, nell'Asilo o Scuola infantile di Po, ed ivi erano escluse le immagini di Maria SS. e dei Santi, tanto dalle pareti, come dalle premiazioni che si facevano ai bambini. Si volle collocato nella scuola il solo Crocifisso. I regolamenti non erano informati a quello spirito veramente cattolico, che deve presiedere alle prime idee della mente e ai primi sentimenti del cuore. Queste cose aveva pur viste D. Bosco e comunicate all'Arcivescovo, come eziandio la non dubbia tendenza ad imbrancare insieme bambini e bambine con grande pericolo del candore delle loro anime. - Basterà, diceva D. Bosco, qualche agnelletto già rognoso, guasto dai compagni, e il mal seme si propagherà tra quelle creaturine semplici, come una scintilla elettrica. - E molti anni dopo, ricordando le impressioni di questi giorni, diceva a D. Francesco Cerruti, che gli presentava la sua Introduzione al Regolamento degli Asili d'infanzia per le Suore di Maria Ausiliatrice: “Vuoi sapere chi allora fosse davvero Aporti? Il corifeo di coloro che nell'insegnare riducono la religione a puro sentimento. Tu ricordati bene che una delle magagne della pedagogia moderna è quella di non volere che nell'educazione si parli delle massime eterne e soprattutto della morte e dell'inferno”.

Mons. Arcivescovo era di ciò grandemente afflitto; sul principio pazientò, e forse sperava ancora che il Re, avvisato, sarebbesi indotto a mettere rimedio a tali inconvenienti che non voleva e non conosceva. Nello stesso tempo però mostravasi irremovibile nel non licenziare il suo clero a fare omaggio a tale maestro colla sua assistenza alla scuola. Forse temeva che i più giovani maestri ecclesiastici ne patissero danno. Infatti continuava e cresceva il fermento cagionato dalle opere di Gioberti.

Alcuni Vescovi però ed altri esimi personaggi non pensavano intieramente come lui. Prevedevano che queste istituzioni sarebbero durature. E infatti nel 1845 lettere patenti del 1 agosto destinavano la scuola superiore di metodo, eretta nell'Università, a formare professori di metodo. Il corso doveva durare un anno scolastico. Le scuole provinciali di metodo destinate a istruire i maestri delle scuole elementari incominciavano il 1 agosto e terminavano il 20 ottobre. L'Abate Aporti ne era sempre l'ispiratore e il regolatore. Perciò Monsignor Losana, Vescovo di Biella e Consigliere straordinario dello Stato, mentre approvava tali scuole in tutto ciò che avevano di buono, ad impedire la temuta propagazione di principi poco cristiani in mezzo al popolo, affrettavasi ad obbligare i suoi chierici a prendere l'esame per le rispettive patenti di maestro, condizione necessaria per essere ammessi al sacerdozio.

La stessa premura adoperava il Vescovo Mons. Ghilardi, perchè in mano al suo clero rimanesse l'insegnamento elementare; e ambedue riuscirono felicemente nel loro intento. Mons. Charvaz aveva mandato da Pinerolo il suo Vicario Generale per assistere alle lezioni dell'Abate Aporti.

Eziandio gli Asili d'infanzia, e le scuole serali e domenicali che si stavano preparando, pesavano sul cuore di Mons. Fransoni. In quanto agli asili non sarebbe stato difficile prevenire il male coll'affidarli a qualche Congregazione religiosa di Suore, sicchè i bimbi ricevessero i germi di una buona e cristiana educazione. Si trattava solamente di moltiplicare le maestre, cosa facile allora, non essendo ancora emanate disposizioni legali per l'idoneità di queste insegnanti. Così avevano operato il Marchese e la Marchesa di Barolo, imitati più tardi fortunatamente da moltissimi municipi e da un gran numero di benefattori dell'infanzia. Ma purtroppo che non si pensava, nè si poteva immaginare in quegli anni, come questa istituzione sarebbe stata accolta in tutte le città e i villaggi, e come per il moltiplicarsi degli opifici che avrebbero richieste moltissime operaie, un luogo ove custodire i bambini sarebbe divenuto una sociale necessità.

In quanto alle scuole serali e domenicali Mons. Fransoni a formarsene un giusto concetto, richiesto il parere del Sig. Durando, Superiore della Missione, ebbe per iscritto la seguente saggia risposta: “Quelle scuole, ben dirette, poter recare infiniti vantaggi; male ordinate, o in mano a gente malvagia, poter divenire fornite d'empietà. Convenire che i parroci se ne impadronissero, rendendole morali: diversamente ne sarebbero più di una volta maestre e direttori quelle signorine e quei signorini che non assistono neanche alla Messa nei giorni festivi. E se fossero abbandonate ad un comizio agrario, avremmo a pentircene un giorno, ma inutilmente quando vedremo scomparire la fede e il buon costume”.

D. Bosco era perfettamente del parere di Mons. Losana, di Mons. Ghilardi, del Marchese di Barolo, del Sig. Durando, come disse le mille volte e come ripetè a più Vescovi, perchè, in tempi nuovi con nuove industrie, si adoperassero a premunire la gioventù delle loro Diocesi. - Non è il caso, diceva, di guardare donde quelle istituzioni ricevano l'ispirazione e l'aiuto, sibbene doversene studiare attentamente la natura, e se sono buone in sè, pensare di dare ad esse savia e cristiana direzione; così impedire che vengano guaste dallo spirito irreligioso. - Noi lo vedremo mettere in pratica a suo tempo quanto suggeriva agli altri. Se questi consigli e provvedimenti fossero subito stati accolti e mandati ad effetto, forse sarebbesi evitato assai del male; e uomini di Chiesa e laici devoti alla religione non sarebbero stati dichiarati quali nemici delle scienze, dell'istruzione e del benessere del popolo.

Tuttavia è da notarsi che le cose non si potevano vedere così chiaramente allora, come si videro di poi: i settari avevano nel segreto orditi i loro piani e repentinamente incominciavano ad attuarli, mentre i buoni non erano preparati alla lotta: motti del clero, non avvedendosi della gravità del momento, avrebbero esitato nel por mano ad un'opposizione che sembrava inutile, date le apparenze di religiosità conservate dal Governo: l'essere l'Arcivescovo in iscrezio con Sua Maestà alienava da lui molti del mondo ufficiale, dei quali gli sarebbe stato prezioso l'appoggio: aver la sua sede nella Capitale del regno impacciavalo non poco, perchè qui concentravansi tutte le mire settarie e con ogni mezzo sarebbero stati osteggiati i suoi provvedimenti. E contro di lui specialmente ardeva nelle Logge un odio inestinguibile, essendo conosciuta la fermezza del suo petto apostolico.

Contuttociò Monsignore, tranquillo ed imperterrito, dopo aver temporeggiato lungamente, mandava a chiamare l'Abate Aporti, e non prima di aver pensato e pregato molto. Sapeva che sarebbe venuto in urto con un personaggio formidabile, perchè dalle sette levato a cielo. Non era questione di scuole, di metodi razionali scolastici, ma sibbene dei principi religiosi dell'insegnante. Avutolo adunque a sè, lo invitava a desistere dal dettare lezioni di pedagogia in quei modi, da lui e da tutti i buoni giudicati sospetti di eresia, pericolosi per la fede, e contrari a ciò che prescrivevano i regolamenti scolastici dello Stato. Lo avvertiva nello stesso tempo che se avesse persistito, sarebbe egli costretto con suo dispiacere a ricorrere a misure disciplinari. L'Arcivescovo con ciò ottemperava ad un sacro dovere. Aporti non fece caso dell'ammonizione, continuò le sue lezioni e dopo qualche anno cessò dal celebrare la santa Messa. Accadde un finimondo nel campo liberale quando si conobbe simile determinazione e i giudizi erano diversi anche fra i fautori della religione.

D. Bosco in questo lagrimevole dissidio rimase sempre fuori di combattimento; tutti lo credevano un uomo che per nulla s'interessasse di simili faccende. Anzi lasciata sbollire per un tempo notevole l'irritazione ingiusta dell'Aporti, e dopo essersi certamente consigliato con D. Cafasso e avuto licenza dall'Arcivescovo, riprese con lui buone ma riguardose relazioni. Aveva in mira la fondazione delle sue scuole domenicali e serali, risoluto di aprirle appena la Divina Provvidenza gliene avesse dati i mezzi. Il suo disegno era di una vastità meravigliosa, ma lo teneva ancor segreto nel suo cuore. Egli abbisognava di un protettore, che sul principio gli servisse di riparo in mezzo ai tumulti, che lo aiutasse a superare gli ostacoli qualora sorgessero, e che avesse grande autorità fra coloro che manipolavano la pubblica istruzione. L'Aporti ne era l'arbitro in quegli anni, e D. Bosco aveva formati i suoi disegni sovra di lui. Dimostrandosi sinceramente amico dell'istruzione popolare, chiedendogli talora norme sul modo di fare scuola, erasi guadagnata la sua stima. Tanto più che Don Bosco, senza parlar molto, era di una graziosità tutta speciale nel condurre la conversazione in modo da far risaltare volta a volta i talenti delle persone che con lui si trattenevano. Le prove di ciò le presenteremo nello svolgimento della narrazione.

Tuttavia se D. Bosco dalla protezione dell'Abate Aporti seppe trarre vantaggio per le sue opere cattoliche, siamo persuasi che la contraccambiò per quanto potè con suggerimenti che, messi in pratica, avrebbero giovato all'anima sua. L'Aporti infatti sul principio voleva forse giovarsi dell'aura popolare settaria per i suoi vantaggi personali, ma più tardi modificò certe sue proposizioni che non suonavano bene ad orecchie cattoliche. Concesse pure che nell'asilo d'infanzia si aggiungesse al Crocifisso il quadro della Vergine Santissima. Pedagogista di vero valore, non ostante i suoi piccoli e grandi difetti e la sua vita non conforme alla santità del carattere sacerdotale, sostenne poi l'indirizzo ortodosso delle scuole, vale a dire l'educazione fondata nella credenza e nel sentimento religioso. Gli va dato eziandio lode perchè nel 1848, conformandosi alla volontà dei Papa, rinunziò di sua propria volontà all'Arcivescovado di Genova al quale il Ministro del Re avealo proposto. D. Bosco avrà contribuito in nessun modo, almeno indiretto, a queste sagge risoluzioni dell'Aporti? Comunque sia sappiamo che D. Bosco non si avvicinava mai ad una persona, fosse anche un regnante, senza che direttamente o indirettamente gli facesse intendere una parola che ricordasse Dio e l'eternità. È pur constatato che chiunque trattava con lui sentivasi mosso ad una riforma morale e religiosa della propria vita, o, se non altro, a migliorare per questa o quella buona azione. Aveva egli una virtù speciale di rendersi padrone dei cuori. Perfino certi settari ostinati, se ne eccettui la violazione dei loro giuramenti, gli concedevano quello che sapeva domandare per la carità e per la religione. Erano come un certo Re, il quale conoscendo essere Giovanni Battista uomo giusto e santo, lo difendeva e a persuasione di lui faceva molte cose e lo sentiva volentieri. In mezzo a tante opposizioni e persecuzioni, che dovette D. Bosco sostenere, in tutti i Ministeri che si succedettero per più dì trent'anni, in tutti i Dicasteri dello Stato ebbe protettori ed amici, e fu incolume anche quando una causa sembrava disperata. Eziandio dopo la sua morte, per altissimi personaggi politici, una supplica loro presentata ricordando D. Bosco, valse come une scongiuro, e si commossero e concessero.

Ma quali furono le cause che davano a D. Bosco tanto, ascendente sul cuore degli uomini? Destava ammirazione la sua inesauribile carità verso i fanciulli dei povero e il suo animo forte, operoso, risoluto, di non altro sollecito che della verità e della giustizia. Era evidente che nessun ostacolo poteva arrestarlo, poichè rette erano sempre le sue intenzioni. Ei soffriva, combatteva, pregava, pronto, se occorreva, a dar la vita per la nobile sua missione. La sua forza non appariva ostinatezza, figlia di orgoglio, ma tendeva impavida alla meta, quando tale fosse il volere di Dio e così richiedesse il bene della società e degli stessi suoi avversari. Giammai non si lasciò dominare da un falso zelo. Nelle sue opere procedeva tranquillamente, senza mai operare a scatti, con atti fantastici od improvvisi, ovvero con precipitate deliberazioni.

Sua norma costante fu il consiglio di Gesù Cristo agli Apostoli: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate adunque prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe”. La scienza dei santi è la prudenza. Come il serpente, nascondeva il capo dai colpi del nemico, cioè conseguiva la salute dell’anima propria e dei prossimo con mezzi adatti all'uopo. Su questo punto non transigeva ed era inflessibile sino all'estremo. Nel resto evitava vuoi nei discorsi vuoi nelle stampe, ogni questione politica, affine di non essere preso in sospetto e impedito di fare il bene. Si asteneva in un'epoca così difficile dall'opporsi pubblicamente e con atti ostili al Governo, attribuendo però francamente tutti i disordini che succedevano, anche a danno della Chiesa, alle sette ed agli impiegati che abusavano del loro ufficio. Parco nel parlare, ponderava prima ogni parola che voleva pronunciare. Sapeva tacere quello che, manifestato, avrebbe potuto cagionare del male e impedire del bene, fedelissimo nel conservare un segreto. Non si permetteva mai un motto che, riferito, potesse essere giudicato lesivo dell'autorità o anche di persone private. Rendeva onore a chi era dovuto per la posizione sociale, e verso di costoro si mostrava riconoscente anche alla sola apparenza di un beneficio. Era pronto sempre a rendere servizio, eziandio agli avversari: ne prendeva le difese se erano accusati ingiustamente, dava loro lode di ciò che avevano operato di bene, ovvero della loro scienza e del loro ingegno. Paziente nei rimproveri, nelle ingiuste accuse, nelle persecuzioni, sapeva frenare se stesso, mantenersi calmo, cedere quando doverosa non era la resistenza, non dimenticando ciò che il divin Salvatore insinuava per evitare mali maggiori: Porgere la guancia a chi vi dà uno schiaffo, cedere la veste a chi vi toglie il mantello, andare per due miglia con un soldato che vi angaria a portare per un miglio il suo fardello. Tuttavia, ciò che è meraviglioso, rare volte si trovò in questi frangenti, perchè la Provvidenza dispose che D. Bosco si trovasse a contatto di notabilità politiche, liberali e anche settarie, le quali sicure della sua lealtà e segretezza, a lui ricorsero per ragioni personali o di famiglia importantissime, e trovarono in lui l'uomo della carità efficace. E come se ciò non bastasse, più di una volta D. Bosco, o sventando certi intrighi dannosi alla fama o alle sostanze di certi suoi potenti contradditori, o prevenendo i loro onesti desideri, sapeva per via indiretta attirarli a: sè e renderseli benevoli. In tutto ciò egli procedeva sempre con quella facilità e naturalezza di chi nell'operare ha formato un abito di prudenza, acquistato mediante relativi atti di esercizio pratico.

Nello stesso tempo aborriva dalla menzogna, dalla doppiezza, da ogni raggiro indecoroso il suo fare, il suo dire era sempre schietto, e soleva ripetere l'est, est e il non, non del Vangelo, con edificazione di quanti lo avvicinavano. Questa sua semplicità lo rendeva affabile con tutti senza accettazione di persone, alle quali era caro e rispettabile eziandio per la sua cortesia e gentilezza di modi. Egli usava sempre parole ed espressioni di grande carità, ma non mai di adulazione, e quando lodava, la sua lode era sincera. Non conosceva rispetto umano nel sostenere i diritti di Dio e della Chiesa, ma, nemico dichiarato dell'errore, rispettava e amava gli erranti, in modo che questi eziandio si persuadevano della schiettezza del suo affetto e in lui non essere inganno.

Anzi questa sua semplicità assumeva carattere di una certa bonomìa, che attiravagli ogni specie di persone, grandi e piccole, dotte ed ignoranti. Non era però dabbenaggine, mentr'egli avversava quanto potesse compromettere la coscienza o anche solo fosse meno dicevole alla dignità sacerdotale di cui era rivestito. Tuttavia gli uomini di mondo e superficiali vedendo che, invece di aspirare a qualche carriera onorifica e lucrosa, si era dato tutto ai fanciulli del basso popolo, lo tenevano, specialmente nei primordi, per un semplicione fatto alla buona e per un visionario. È curioso il vedere, scrive un illustre autore, che quasi tutti gli uomini che valgono molto hanno maniere semplici, e che quasi sempre le maniere semplici sono prese per indizio di poco valore”. Questa osservazione spiega tante cose riguardo a D. Bosco. I fanatici delle novità allora non badarono a lui, e lo giudicarono una persona di nessun conto o, se si vuole, un pacifico filantropo; e così D. Bosco potè avviare a poco a poco le sue fondazioni a vantaggio della religione e della patria, acquistandosi stima ed aiuti da coloro che, non essendo mal prevenuti ed avendo fior dì senno, conobbero a fondo l'importanza de' suoi disegni, frutto della sua prudente antiveggenza.

Nelle aspirazioni destate nei popoli intese doversi approvare ciò che avevano di buono e moderare pazientemente il molto che avevano di male. Vide che il torrente della rivoluzione andava a poco a poco crescendo e che sarebbe infine divenuto così rovinoso da atterrare e travolgere qualunque ostacolo. La resistenza diretta la conobbe umanamente impossibile, perchè senza effetto, anzi con effetto contrario. Perciò si diede a percorrere le sponde di questo torrente, guardando in primo luogo di non lasciarsi esso stesso travolgere da quelle acque. Quindi cercò di trarre da quei gorghi quanti più poteva dei miseri che vi perivano, allontanò da quelle rive molti di coloro che con deplorevole fidanza vi si avventuravano, sollevò dighe in quei seni ove lo straripamento poteva essere impedito, e preparò immensi materiali pel giorno nel quale, cessata la piena, si darà opera alla ristorazione morale. I fatti che andremo narrando dimostreranno la realtà di quanto noi abbiamo qui solamente annunciato. Ma siccome alla prudenza egli univa eziandio la semplicità e la dolcezza, vedremo in lui avverato il detto di Gesù Cristo: “Beati i mansueti perchè questi possederanno la terra”.

 

 

 

 

 

 

 

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