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Capitolo 21

D. Bosco trasmette al re Vittorio Emanuele una lettera di Pio IX - Il Clero escluso dai Consigli Provinciali e Comunali - Articolo della Gazzetta del Popolo contro la storia d'Italia di D. Bosco - Giudizio di Nicolò Tommaseo e della Civiltà Cattolica su questa istoria - Letture Cattoliche. LA PERSECUZIONE DI DECIO E IL PONTIFICATO DI S. CORNELIO I PAPA - Alcune notabili vestizioni clericali.


Capitolo 21

da Memorie Biografiche

del 29 novembre 2006

Ritornato D. Bosco a Torino gli si presentò un nobile signore venuto da Roma. Il Sommo Pontefice conoscendo a prova la fedeltà e l'attaccamento di D. Bosco alla sua persona, a lui affidava un geloso incarico. Quel messo consegnava al Servo di Dio due lettere di Pio IX: una segretissima diretta a Vittorio Emanuele, e un'altra tutta scritta di proprio pugno nella quale pregava D. Bosco di trovar modo per far recapitare al Re quel plico sigillato; o consegnandoglielo di propria mano lo stesso D. Bosco, ovvero per mezzo di persona fidata: se quel plico fosse giunto a sua destinazione, chiedeva che senza indugio glielo facesse sapere; se per qualche contrarietà non fosse stato possibile farlo pervenire al Sovrano glielo rimandasse a Roma. Il Re si trovava allora in partite di caccia nella valle d'Aosta a Courmajor.

D. Bosco dopo aver pensato il modo di eseguire prudentemente la commissione del Papa, chiese con un biglietto udienza al Cav. Aghemo, segretario privato del Re, ma che in quel tempo era, a Torino. Il Cavaliere prevenne D. Bosco ed in persona si recò subito all'Oratorio. D. Bosco gli disse: - Ho qui una lettera di altissimo personaggio diretta al Re e che debbo io fargli pervenire. Le chieggo consiglio perchè mi dica se è cosa facile.

- Facilissima.

- Crede che si possa temere qualche deviazione, qualche impedimento?

- Stia sicuro che il Re l'avrà.

- Io so nulla intorno al contenuto di questa lettera, nè voglio saperlo. Domando solamente che lei mi faccia ricevuta d'avergliela io consegnata, perchè possa dare testimonianza di aver compiuto il mio incarico.

- Sì; volentieri.

- Allora potrebbe lasciarmi qualche ora di tempo per sbrigare prima qualche altra incombenza che mi preme?

- Faccia pure.

- Avrebbe la bontà di ritornare da me stasera?

- Sì, e con piacere.

La lettera era forse custodita altrove, e sul far della sera D. Bosco la consegnò al Cav. Aghemo. Il Re l'ebbe e la sua risposta al Papa fu portata a Torino dal Teologo Murialdo Roberto cappellano di corte e di qui trasmessa a Roma.

Il Papa non erasi fidato di consegnare la sua lettera, che era forse quella così grave del 29 settembre, all'Abate Stellardi venuto a Roma per trattare con lui a nome di Vittorio Emanuele. L'Abate mancava di prudenza nel parlare ed era di spiriti più aulici che ecclesiastici, più caldo per gli interessi di Cesare, che per i diritti di Dio. E la risposta non fu tale certamente da consolare l'afflitto Pontefice.

In Torino intanto le Camere, appena cessate le preoccupazioni della guerra, avevano subito riprese le ostilità contro la Chiesa, restringendo i diritti che lo Statuto concedeva al Sacerdoti, come liberi cittadini. Una legge del 23 Ottobre 1859, ritoccata poi in peggio il 20 marzo 1865, chiudeva a gran parte del clero l'entrata nei Consigli comunali e provinciali, dichiarando ineleggibili gli ecclesiastici aventi giurisdizione o cura di anime, i loro Vicarii e i membri dei Capitoli e delle collegiate.

Nello stesso tempo D. Bosco si avvide di essere egli stesso preso di mira personalmente. I nemici di Roma conoscevano quanto fosse incrollabile la sua fedeltà al Sommo Pontefice e ne avevano prove nelle Letture Cattoliche. Nelle loro segrete conventicole, decisero adunque di incominciare a muovere guerra a lui e alla sua Istituzione infamando la Storia d'Italia.

Infatti un articolo della Gazzetta del Popolo, il 18 ottobre pubblicava un articolo, che preparava una persecuzione dolorosa a D. Bosco nell'anno seguente. Era un'intimazione alle Autorità dello Stato.

 

PADRE LORIQUET REDIVIVO.

 

Chi non ha inteso a parlare della famosa storia del padre Loriquet, in cui persino gli avvenimenti pi√π noti e pi√π clamorosi vennero travestiti nel modo pi√π gesuitico e grottesco ad majorem Boteghae gloriam?

Pareva impossibile che quel gesuita venisse un giorno superato, ma la parola impossibile, già cancellata dal vocabolario francese, dev'esserlo pure dal vocabolario italiano.

Avremmo potuto pubblicare una tale notizia un po' prima, ma dovemmo cedere il passo ad altre cose alquanto pi√π urgenti.

Del resto desideravamo che il Ministro dell'istruzione pubblica si trovasse finalmente un po' più libero in mezzo alla farraggine d'affari, di cui l'ingrandimento dello Stato ha ingombrato anche il suo dicastero; imperocchè potrebb'essere il caso ch'egli avesse a provvedere.

Il miracolo di superare il padre Loriquet è stato fatto in Torino dal sacerdote Bosco Giovanni autore d'una Storia d'Italia raccontala alla gioventù.

D. Bosco era pienamente padrone di scrivere un pessimo libro, ma siamo assicurati che questo libro fu scritto per uso di alcune scuole; e si legge sulla coperta che si vende a benefizio degli oratorii di S. Luigi, del S. Angelo Custode e di S. Francesco di Sales. La cosa è quindi più seria, sicchè franca la spesa di esaminarne un tantino le tendenze.

Non ci occuperemo dei tempi antichi e nemmeno della narrazione sui generis che D. Bosco fa dei movimenti del '21 e del ¢31, che a detta sua (pag. 483) miravano a fare una repubblica sola di tutta Italia.

Veniamo di sbalzo al '47.

“ Gli autori della rivoluzione (dice D. Bosco) seppero approfittare di quell'entusiasmo (per Pio IX) a fine di spargere di nuovo in tutta l'Italia il pensiero di fare un regno solo cacciando dalla Lombardia gli Austriaci, che erano formidabili rivali ai ribelli ”.

Ecco adunque secondo D. Bosco che gli Austriaci non erano già nemici d'Italia, ma formidabili rivali ai ribelli, agli amatori di rivoluzione, i quali volevano spargere di nuovo (cioè come nel 21 e nel 31) il pensiero di far un regno solo di tutta Italia.

Ben è vero che nella pagina precedente D. Bosco imputava ai ribelli del '21 il pensiero di fare una repubblica, e non un regno.

Ma Loriquet non bada alle contraddizioni.

D. Bosco si sbriga in due pagine dello stesso tenore della storia del '48. La campagna del '49 è da lui descritta nel seguente modo:

“ I due eserciti s'incontrarono nelle pianure di  Novara. Si diedero parecchi attacchi parziali che in parte furono favorevoli ai Piemontesi; ma il terzo giorno (23 marzo 1849) si venne ad una battaglia campale presso un borgo detto la Bicocca ”.

Non sapevate che la battaglia delle pianure di Novara avesse durato tre giorni, ma D. Bosco fa ben altri miracoli di esattezza e di eleganza storica nel racconto degli avvenimenti di Roma e delle altre parti d'Italia, in cui si può sfogare molto più animosamente contro quei ribelli che spargono di nuovo il pensiero di fare dell'Italia un regno solo.

Egli è peraltro in occasione della guerra di Crimea che Don Bosco supera se medesimo nell'eccesso del grottesco, e nell'ammirazione per l'Austria.

Secondo la verità gli Anglo - Francesi sbarcati in Crimea non incontrarono l'esercito russo che sulle sponde del fiume Alma. Secondo D. Bosco invece i Russi si opposero arditamente per impedire che gli alleati prendessero terra, e la battaglia della Cernaia è uno de' parecchi scontri che i Piemontesi ebbero coi Russi in quella penisola. Ma ciò è nulla.

Secondo la verità l'Imperatore d'Austria fece un trattato colle potenze occidentali, ma ciò impedirebbe a D. Bosco di presentarlo come il Dio delle tragedie greche; ed ecco pertanto come il nuovo Loriquet espone il fatto: “ alla vista dello spargimento di tanto sangue umano l'Imperatore d'Austria si offerì mediatore tra le potenze belligeranti .. ”

Di modo che D. Bosco ha tutto il comodo di soggiungere che della conclusione della pace noi siamo quasi totalmente debitori all'AUSTRIA ed alla Francia.

Ma prima all'Austria, si noti bene, perchè D. Bosco ha bisogno di cogliere questa occasione per dichiarare che la Provvidenza protegge l'Austria in rimunerazione del celebre Concordato ecc.

D. Bosco, abusando del nome della Provvidenza per sciogliere un cantico in prosa a Cecco Beppo, era un assai cattivo profeta della campagna del 1859.

Ma col sistema storico che egli ha abbracciato gli sarà facile descrivere le battaglie di Palestro e di S. Martino come solenni trionfi dell'Austria contro i Piemontesi, e ciò sempre in premio del Concordato!

La Storia di D. Bosco finisce con quell'inno in lode dell'Austria, della quale è del resto da capo a fondo un panegirico quasi continuo in istile macaronico.

Dicesi che questo grottesco libello serva di testo e venga distribuito in certe scuole di fanciulli in Torino.

Noi abbiamo posto in avvertenza il Ministro dell'istruzione, e crediamo per ora che non occorra altro.

Si farebbe troppo oltraggio alla patria, alla verità e al senso morale, se si lasciasse menomamente circolar nelle scuole invereconde turpitudini del genere della Storia d'Italia raccontata alla gioventù dal Loriquet redivivo.

Chi legge questo articolo rimane sorpreso dell'acrimonia e dalla malignità che si manifesta in ogni riga. Ma non è a farne le meraviglie, poichè la Gazzetta del Popolo organo ufficiale delle sette, era violenta contro chiunque non fosse del suo partito. Contro D. Bosco in moltissimi articoli posteriori ebbe sempre scherni, insulti e calunnie, non riconobbe in lui alcun merito, e neppure degnossi di annunziarne la morte. Essa adunque che dal suo principio fino ai giorni nostri non fece altro che falsare continuamente la storia antica e moderna per sfogare il suo odio contro la religione, la Chiesa cattolica e il Papa, osava allora rimproverare sfacciatamente a D. Bosco errori storici deliberati.

Il lettore avrà scorto facilmente la malafede, gli equivoci, le false interpretazioni di questo articolo, ma sta bene, che seguendo tutti gli storici, noi per ordine di accuse ribattiamo le stesse accuse.

Infatti: Dal 1820, al 1848 un partito voleva unita l'Italia in un solo regno, un altro in una sola repubblica e varie rivoluzioni si tentarono per questi due scopi. Nel 1848 infine i liberali costituzionali si decisero pel regno italico, mentre i mazziniani congiuravano per la repubblica. A tale riguardo la Gazzetta del Popolo volendo porre nella contraddizione D. Bosco col citare la pag. 483 e la pag. 484, non fa presente come a pag. 482, D. Bosco dica che le mire di tutti quei movimenti erano di formare un regno solo od una repubblica.

In quanto alla guerra del 1849, tre realmente furono i giorni di combattimento. Ed ecco il fatto. Gli austriaci usciti da Pavia, passato il Ticino, il giorno 21 marzo a Mezzana Corti scambiavano cannonate cogli artiglieri piemontesi. Il 22 fierissimi combattimenti al borgo di S. Erro, alla Sforzesca e a Mortara della quale alla sera rimasero padroni gli Austriaci... Il 23 la battaglia di Novara, terribile singolarmente ad Olengo ed a Bicocca.

In Crimea, secondo verità, i Russi avevano stabiliti campi militari e artiglieria nei luoghi principali del Chersoneso e sulle riviere del Katcha e dell'Alma. Il 14 settembre le truppe delle potenze alleate incominciarono a sbarcare presso ad Eupatoria, mentre tre fregate inglesi, cinque francesi simulavano uno sbarco a Katcha distante cinque leghe. Un campo di circa 6.000 Russi era pronto per la difesa, ma le fregate dopo un prolungato cannoneggiamento ritornarono ad Eupatoria. Dalle alture di Alma intanto 50.000 Russi sorvegliavano e molestavano con squadroni di cavalleria ed artiglieria a cavallo il nemico, il quale movendo all'assalto il 20 settembre infliggeva loro una sanguinosa sconfitta, aprendosi la strada.

Gli intrepidi soldati piemontesi, oltre alla Cernaia, dove si fecero un immortale onore, presero parte alla battaglia impegnatasi a qualche miglio da Balaclava e all'assalto di Sebastopoli, dove ebbero il loro posto di battaglia e lo tennero più ore in faccia al nemico, benchè le vicende del combattimento non richiedessero le prove del loro conosciuto valore. Scrisse il Barone De Bazancourt nella sua storia L'Expedition de Crimee. “ I nostri valorosi alleati, i Sardi, comandati dal generale Cialdini, gelosi di versare eziandio il

loro sangue in questa gloriosa giornata, fremevano d'impazienza, aspettando il segnale per slanciarsi sul bastione del Mât, ma il Generale in capo dell'esercito francese, giudicando che il possesso del bastione di Malakoff avrebbe deciso la sorte di tutti gli altri, senza spargimento a profusione di sangue prezioso, ordinò di sospendere ogni nuovo tentativo di assalto sulla sinistra ”.

In quanto all'Austria intermediaria di pace, vedi Cesare Cant√π, Cronistoria v. III, part. I, pag. 96.

Noi crediamo con queste osservazioni di aver esaurito quanto ci siamo proposti. Del resto si consideri come ben diverso da quello della Gazzetta, era il giudizio pronunciato da un distinto e dotto emigrato liberale.

L'Armonia, Anno XII, 1859, n. 219, così stampava:

Noi abbiamo accolto colle meritate lodi la bella e sugosa Storia d'Italia raccontata alla gioventù dal Sac. G. Bosco, e con noi, altri periodici fecero plauso a questa operetta, che è di grandissimo vantaggio alla gioventù per guarentirla dalla congiura permanente contro la verità, che è divenuta la storia da tre secoli in qua. Ma perchè forse taluni potrebbero sospettare che quel nostro giudizio favorevole sia stato, se non dettato per intiero, almeno abbellito dallo spirito di parte, ci pare opportuno il recare qui il dettone da tale, cui non si potrà fare certamente il detto appunto. È questi Nicolò Tommaseo di cui troviamo nel L'Istitutore il seguente articolo sulla Storia di D. Bosco:

Se i libri giudicassersi dall'utilità che recano veramente, se ne avrebbe una misura più giusta di quella che sogliono i letterati adoperare, e correggerebbersi, o almeno si tempererebbero molte loro sentenze peccanti o di servile ammirazione o di disprezzo tiranno. Ecco un libro modesto che gli eruditi di mestiere e gli storici severi degnerebbero forse appena di uno sguardo, ma che può nelle scuole, adempire gli uffizi della storia meglio assai di certe opere celebrate. A far libri in uso della gioventù, certamente l'esperienza dell'insegnare non basta, ma è grande aiuto, e compisce le altre doti a questo difficile ministero richieste. Difficile segnatamente là dove trattasi di compendii, i quali devono essere opere intuire nel genere loro, non smozzicare i concetti, nè offrirne lo scheletro arido.

L'abate Bosco in un volume non grave presenta la storia tutta d'Italia ne' suoi fatti più memorandi; sa sceglierli, sa circondarli di luce assai viva. Ai piemontesi suoi non tralascia di porre innanzi quelle memorie che riguardano più in particolare il Piemonte, e insegna a fare il simile agli altri maestri, cioè le cose men note e più lontane illustrare con le più note e le più prossime.

S'intende dunque che ciascun insegnante deve all'uso proprio e de' suoi discepoli saper rifare almeno in parte i libri scolastici, per ben fatti che siano; deve le narrazioni, per vivaci che siano nel libro, saper nella scuola animare di colori novelli e applicare e la storia e ogni altro ammaestramento a ciascheduno de' suoi allievi per quanto si può.

In tanta moltitudine di cose da dire, l'abate Bosco serba l'ordine e la chiarezza, che, diffondendosi da una mente serena, insinuano negli animi giovanili gradita serenità. Giova a chiarezza, secondo me, anche il raccogliere in un capitolo distinto le considerazioni generali sopra la religione e le istituzioni dei popoli e le consuetudini e gli usi. Questo è stato ripreso in alcuni storici del secolo andato: e richiedevasi che tali notizie fossero a luogo a luogo infuse nella narrazione stessa e le dessero movimento e pienezza di vita.

lo non dico che ogni osservazione generale debbasi dalla esposizione dei fatti dividere, che sarebbe un rendere e l'una e l'altra parte imperfetta: ma dico che anco gli storici antichi, maestri imitabili in ciò, o premettevano o inframettevano ai fatti la commemorazione sommaria dei costumi: e dico che, specialmente nei libri ad uso della gioventù, questa cura è sussidio alla memoria insieme e all'intelligenza. Nè a proposito di tale o tal caso è possibile indicare con la debita evidenza tutto quello che aspetta all'indole costante dei popoli, senza che ricorra tediosa necessità di ripetere ogni tratto i medesimi accenni.

Io non dirò che l'autore non potesse talvolta approfittare maggiormente delle notizie storiche che la scienza moderna ha accertate, studiando meglio le fonti; non dirò che tutti i giudizi di lui sopra i fatti a me paiano indubitabili, nè i fatti tutti esattamente narrati; ma mi corre obbligo di soggiungere che non poche delle troppo esaltate scoperte della critica moderna rimangono tuttavia dubitabili anch'esse, e versano assai volte sopra circostanze non essenziali all'intima verità della storia; e soggiungerò che i più fra i giudizi dell'autore mi paiono conformi insieme a civiltà vera e a sicura moralità. Nel colloquio quasi famigliare, che raccontando egli tiene co' suoi giovanetti, saviamente riguarda le cose pubbliche dal lato della morale privata più accessibile a tutti e più direttamente proficua.

Il voler fare dei fanciulli altrettanti uomini di Stato, e insegnar loro sentenziare sopra le sorti degli imperi, e le cagioni che diedero vinta a tale o a tal altro capitano una campale battaglia, è pedanteria non sempre innocente. Perchè avvezza le menti inesperte a giudicare, dietro alla parola altrui, cose che non possono intendere; perchè a questo modo dà loro una falsa coscienza; perchè non le addestra a modestamente applicare i documenti della storia alla pratica della comune vita. Noi vediamo all'incontro i grandi storici, i grandi poeti antichi compiacersi a ritrarre sotto le insegne e quasi sotto la maschera dell'uomo pubblico l'uomo privato; e giudicare nel cittadino e nel principe il padre, il figliuolo, il fratello. Quindi insieme con la sapienza e con l'utilità, la maggior bellezza delle opere storiche e poetiche degli antichi. Non pochi dei moderni in quella vece nella storia e nella poesia stessa propongono a sè un assunto da dover dimostrare e quello proseguono dal principio alla fine; e a quello piegano e torcono i fatti e gli effetti; dando sempre a vedere se stessi e la propria fissazione, nei più diversi aspetti del loro argomento, ostinandosi a farne sempre apparire il medesimo lato, e sotto forme differenti ripetendo a sazietà la medesima cosa; non narratori, nè dipintori, ma declamatori importuni. E non si accorgono che la storia, e tutta la natura, è quasi una grande parabola agli uomini proposta da Dio; della quale voler fare una applicazione unica, isterilisce la fecondità inesausta del vero, ammiserisce il concetto divino.

Nicolò Tommaseo, illustre letterato, che così bene scriveva di D. Bosco, venendo a Torino non tralasciava mai di recarsi presso di lui a richiederlo anche di consigli, tanta era la stima che gli professava.

Prima del Tommaseo la Civiltà Cattolica, anno VIII, serie III, vol. V, pag. 482 aveva pubblicato il seguente giudizio:

Il nome dell'egregio Sac. D. Bosco è oggimai un'arra più che sufficiente della bontà de' suoi scritti, improntati tutti di zelo e diretti alla coltura della gioventù, al bene di cui da tanti anni lavora con lodevolissima fatica. Questa sua Storia d'Italia in particolare merita elogio per la rara discrezione con cui fu scritta, in maniera che nell'angusto spazio di 558 pagine in 16 vi si raccolgono con diligenza tutti i principali avvenimenti della patria nostra. Noi pertanto facciam voti, perchè, dato bando a tante storie d'Italia scritte con leggerezza, od anche con perverso fine, questa del Bosco corra per le mani dei giovani, che s'iniziano allo studio delle vicende della nostra bellissima Penisola.

D. Bosco intanto per nulla turbato dagli insulti della Gazzella del Popolo, continuava a scrivere; e ciò dimostra il continuo succedersi delle Letture Cattoliche.

Nel mese di novembre si pubblicava il racconto: Agostino, ossia il trionfo della religione di un autore anonimo. Tratta della conversione di un nobile e ricchissimo signore, che per espiare la sua incredulità e le sue colpe, consuma tutte le sue ricchezze in opere buone, si riduce a povertà volontaria vivendo di elemosina in Germania, ove recossi per rimanere sconosciuto: salva la vita a due condannati a morte ed infine egli stesso muore per aver difeso il SS. Sacramento dagli oltraggi di ladroni eretici. Di questo opuscolo se ne dovettero fare varie edizioni.

Era ormai pronto eziandio il fascicolo del dicembre:

La persecuzione di Decio e il pontificato di S. Cornelio I, Papa per cura del sacerdote Bosco Giovanni (I). In queste pagine si accenna alla supremazia, anche sede vacante, della Chiesa Romana sulle altre Chiese cattoliche del mondo. Si narra l'eroismo di molti martiri e la storia dei sette dormienti: il rispetto di S. Cipriano Vescovo di Cartagine pel Sommo Pontefice, al quale ricorre per aver direzione nel combattere lo scisma di Novaziano e si cita la sua famosa sentenza: “ Non può avere Dio per padre, chi non ha la Chiesa per madre ”. Si dimostra pure con una lettera di questo Vescovo e martire, ai fedeli di Cartagine, essere i peccati che hanno, tratto sopra i cristiani la procella della persecuzione e la loro cura principale dover essere di placare l'ira di Dio con umili preghiere ed ogni sorta di penitenze: ciò facendo la pace sarà ben presto restituita alla Chiesa.

D. Bosco infine, descritta la vita e il martirio di San Cornelio, e il culto prestato alle sue reliquie, espone la dottrina cattolica riguardo a questo culto, concludendo: “ L'odio dei protestanti contro le reliquie dei santi pare che derivi dal non aver essi nelle loro sette un solo, le cui azioni od i fatti gloriosi operati dopo morte, ne abbiano rese le spoglie mortali degne di culto speciale ”.

Frattanto nel mese di ottobre e di novembre vestivano l'abito clericale i giovani dell'Oratorio Cerruti Francesco, Ghivarello Carlo, Provera Francesco, Lazzero Giuseppe.

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