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Capitolo 21

Il Signor Pinardi propone a D. Bosco la compra della sua casa in Valdocco - Imprestito dell'abate Rosmini a Don Bosco - Visibile tratto della Divina Provvidenza - Contratto e compra della casa - Riconoscenza a Rosmini.


Capitolo 21

da Memorie Biografiche

del 24 novembre 2006

L’oratorio di S. Francesco risiedeva tuttora su terreno altrui. L'appigionamento di tutta la casa Pinardi, quantunque materialmente gravoso, era stato nondimeno un grande guadagno morale; ma non bastava ancora a pienamente assicurare D. Bosco. Coloro che erano stati sloggiati da quel tugurio, non potevano darsene pace; e, - non ripugna, andavano gridando, che una casa, la quale da tanto tempo era il luogo di convegno, di ricreazione, di allegria sia caduta nelle mani di un prete intollerante? Ma intanto taluno, per rientrare in quel sito, e per avidità di lucro, ritornarlo ad essere luogo di bagordi e di mal costume, propose al signor Pinardi una pigione quasi doppia di quella che pagava D. Bosco. Ma l'onest'uomo non volle mancare di parola; anzi da buon cristiano, trovandosi assai contento di vedere la sua casa servire ad un'opera santa, aveva più volte esternato il desiderio di venderla, qualora D. Bosco la volesse comperare; ma, o perchè credesse di possedere un gioiello, o perchè avesse bisogno di danaro, egli, domandava nientemeno che l'ingente somma di ottanta mila lire.

A tale richiesta D. Bosco rispondeva sempre che gli era impossibile il sobbarcarsi a simile spesa.

- Ma faccia lei un prezzo, e vedremo; - insisteva il sig. Pinardi.

- Non posso farlo dopo una domanda così esorbitante, replicava D. Bosco,

- A sessanta mila lire può andare?

- Mi scusi, ma io non posso fare esibizioni

- Vengo alla proposta infima, all'ultima parola: Cinquanta mila lire!

- Non ne parliamo più, restando però sempre amici.

In que' giorni il giovane ingegnere Spezia abitava in una stanza nei pressi dell'Oratorio. D. Bosco un mattino l'incontrò e vedendo nel suo volto un'aria di grande ingenuità ne restò colpito, e fermandolo, gli chiese di quale arte si occupasse in Torino. - Ho conseguita, rispose il giovane, or sono pochi giorni la laurea d'architetto, ed attendo a potermi procurare il modo di esercitare la mia professione.

D. Bosco ciò udito invitollo a visitare la casa Pinardi e a stimare quale sarebbe il prezzo onesto da fissarsi per la compra di quell'edifizio, colla tettoia e l'area circostante. Il giovane architetto scusavasi, perchè realmente non sapeva ancora che cosa costassero le costruzioni ed i terreni. Dovette però accondiscendere, e il suo estimo, piuttosto alto, tenne che quel podere poteva aver il valore dalle venticinque alle trenta mila lire. D. Bosco nel congedarlo gli disse: Veda; altra volta avrò bisogno di lei. - E l'architetto Spezia si ricordò di queste parole, quando D. Bosco gli affidò i disegni per la costruzione della Chiesa di Maria Ausiliatrice.

Non sembrava adunque facile per ora l'acquisto della casa di Valdocco, tanto più che D. Bosco non aveva nessuna probabilità di potersi procacciare tutta la somma vistosa di danaro

che prevedeva necessaria. Egli e sua madre avevano già alienato ogni loro avere a pro dei giovanetti e in casa loro non avevano ormai più alcuna risorsa. Anzi mancava persino il danaro per comperare pane in que' giorni.

Ma sul principio del 1851 Dio faceva vedere esser egli il padrone dei cuori e che aveva destinato quel sito pel nostro Oratorio. Ed ecco in qual modo.

Era il pomeriggio di un giorno festivo. I giovani erano già raccolti in Cappella; il Teol. Borel predicava, e Don Bosco stavasi sulla porta del cortile, a fine d'impedire disturbi ed assembramenti di que' giovanetti che continuavano a venire.

In quella mala casa, che era vicina, pochi istanti prima era accaduta una rissa violenta. Un ufficiale giaceva steso a terra lontano pochi metri colla testa rotta, e tutto intriso nel proprio sangue, che era una pietà il vederlo. In quel momento comparisce il signor Pinardi, sdegnoso perchè già più volte era stato chiamato in questura, per simili fatti di sangue, a deporre come testimonio, con perdita di tempo, e pericolo di venire in odio ai feritori. Sì presentò adunque a D. Bosco tutto pensieroso colle braccia incrociate: - È proprio tempo di finirla, - incominciò; - è una cosa che non va più, è una continua disperazione: risse e sempre risse.

- Io voleva comperar questa casa, - osservò D. Bosco, ma voi non volete vendermela, e quindi come proprietario ne avrete ancora dei fastidii per certe vicinanze.

- Io non voglio venderla? Alto là, - esclamò Pinardi in tono scherzevole e insieme risoluto; - D. Bosco comprerà la mia casa!

- Alto là, - rispose D. Bosco, - bisogna che il signor Pinardi me la voglia vendere pel prezzo che vale, e io la compero subito.

- Sì, che gliela vendo per quel che vale.

- E quanto?

- Quello che le ho già chiesto: ottanta mila lire.

- Non posso fare offerte.

- Offra, offra.

- Non posso.

- Perchè ?

- Perchè è un prezzo esagerato, e io non voglio offendere chi domanda.

- Offra dunque quello che vuole.

- Me la date pel suo valore?

- Parola d'onore che gliela do.

- Stringetemi la mano, e poi farò l'offerta.

- Di quanto adunque?

- Nei mesi scorsi, - soggiunse D. Bosco, - io l'ho fatta stimare da un vostro e mio amico, il quale mi assicurò che nello stato attuale questa casa deve patteggiarsi tra le ventisei e le ventotto mila lire; e io, affinchè sia cosa compiuta ve ne offro trenta mila.

- Regalerà ancora uno spillo di 500 franchi a mia moglie?

- Farò anche questo regalo.

- Mi pagherà in contanti?

- Pagherò in contanti.

- Quando faremo il contratto?

- Quando vi piaccia.

- Da domani in quindici, e con un pagamento solo.

- Come volete.

- Cento mila franchi di multa a chi desse indietro.

- E così sia, - concluse D. Bosco: - anzi, se voi siete contento, darò ancora un pranzo al quale saranno invitate quelle persone che indicherete.

- Anche nove o dieci?

- Sì, anche nove o dieci. - E così quell'affare fu conchiuso in pochi minuti.

A D. Bosco stava molto a cuore l'acquisto di quella casa, e temeva che, se non concludeva subito, il sig. Pinardi mutasse pensiero e la vendesse a migliori offerenti. Ma dove trovare trenta mila lire, e in così breve tempo?

Egli scriveva subito all'Abate Rosmini, che si trovava a Stresa.

 

Ill.mo e Reverendissimo Signore,

 

Mi faccio dovere di partecipare a V. S. Ill.ma e Rev.ma che nel tempo che eseguivasi il piano del novello edifizio futuro, mi si porse migliore occasione di avere altrettanto con vantaggio pi√π grande.

Il padrone della casa che presentemente abito, per alcune sue private circostanze è disposto a vendere, ed essendosi sul proposito trattato, si potrebbe conchiudere il contratto, con cui acquisterebbesi un corpo di casa di venti membri abitabili e sito di tavole 95 tutto cintato. Il prezzo è di fr. ventotto mila e cinquecento.

Noti qui che il comperato pel nuovo edifizio, vendendolo senza fretta, monterebbe non meno di fr. 30.000: sicchè verrebbe cambiato un sito con un altro di quasi eguale estensione, fabbricato e cinto. La posizione dei due siti è coerente e gode i medesimi favori riguardo alla distanza dalla città.

Se V. S. fosse presentemente disposta ad imprestare la somma di cui altre volte già abbiamo concertato, sarebbe un gran bene per l'Oratorio. La nuova compra verrebbe intieramente saldata, ed Ella potrebbe assicurare il suo danaro sopra una casa e sito scevro da qualsiasi onere. Nel migliorare

poi l'edifizio una parte qualsiasi potrebbesi ridurre a nostro beneplacito al mentovato Ospizio.

Il Sig. P. Puecher, D. Scesa, D. Pauli hanno piena cognizione del luogo, essendo precisamente quello ove esiste l'Oratorio di S. Francesco di Sales, Ospizio pei giovani abbandonati ecc. Attendo solo un cenno di Lei per conchiudere il contratto.

Nella speranza che voglia cooperare a quest'opera, che io reputo essere della maggior gloria di Dio, Le auguro ogni bene dal Signore reputandomi all'onore massimo il potermi dichiarare

Di V. S. Ill.ma e Reverend.ma

Torino, 7 gennaio 1851.

Umilissimo Servitore

Sac. BOSCO GIOV.

 

Il Sig. D. C. Gilardi si affrettava a rispondergli:

 

Molto Rev. e Car.mo Don Giovanni Bosco,

 

In risposta alla riverita sua del sette gennaio corrente, il Rev.mo mio Superiore D. Antonio Rosmini, che caramente La riverisce, mi ordina di scriverle, che quando il locale e fabbricato, che presentemente Ella abita in Valdocco, e che Le verrebbe venduto dal padrone, fosse realmente libero da ogni altro peso; egli sarebbe dispostissimo a somministrarle la somma di lire 20.000 alle condizioni che già furono intese vicendevolmente: laonde Ella può contare sulla detta somma per l'acquisto, la quale le verrà rimessa parte in danaro e parte in cedole od obbligazioni fruttanti dello Stato ad un suo cenno, e stipulerà il contratto di prestito. Colgo occasione per augurarle tutte le desiderabili benedizioni del Signore pel nuovo anno incominciato e per altri molti su di Lei, e sulle opere di carità da Lei intraprese. Voglia ricordarmi alla sua ottima madre, e credami sempre

Stresa, 10 gennaio 1851.

Suo devot. ed obbl. servo

CARLO GILARDI prete.

 

Ma ventimila lire non erano trenta, e dovevansene trovare ancora dieci. Dio però non manca mai ai bisogni de' suoi servi; ed Egli che aveva incominciata l'opera la mandò a buon termine. Ed ecco un visibile tratto di sua Divina Provvidenza a favore del nostro Oratorio.

La sera di una domenica entra nell'Oratorio il sig. Don Giuseppe Cafasso. Era cosa veramente insolita che l'illustre ecclesiastico si portasse all'Oratorio in giorno di festa, perchè sempre occupato nella chiesa di S. Francesco d'Assisi. Adunque egli si accosta a D. Bosco, e gli dice: - Sono venuto a darvi una notizia che non vi farà dispiacere. Una pia persona (la Contessa Casazza - Riccardi) mi ha incaricato di portarvi diecimila lire, da spendersi in quello che giudicherete della maggior gloria di Dio. - Deo gratias, rispose D. Bosco, è proprio il cacio sui maccheroni. - E intanto gli raccontò come avesse poco prima conchiusa la compera di casa Pinardi e che incominciava a mettere il cervello alla tortura per trovare l'intera somma convenuta. I due sacerdoti non poterono non iscorgere in quel fatto il dito di Dio, e quale non fu la meraviglia di Pinardi quando, trascorsa appena una settimana dalla parola ricevuta, il 14 gennaio vide comparirsi innanzi D. Bosco che gli diceva: Quando vorrà che facciamo lo strumento, i danari sono pronti, ed è tutto oro! - Il giorno dopo fu stabilito pel compromesso; il Pinardi ricevette in acconto brevimano senz'atto legale due mila lire; e fu invitato al pranzo, secondo la promessa.

D. Bosco intanto affrettavasi a compiere tutte le pratiche necessarie per far distendere colla forma legittima il pubblico istrumento, e ne scriveva a D. Carlo Gilardi:

 

Car.mo e M. Rev.do Signore,

 

In seguito alla sua preg.ma lettera scrittami da parte dell'Ill.mo e Rev.mo Ab. Rosmini, ho visitato l'Ipoteca della casa Pinardi, di cui trattasi, e trovatala libera da ogni peso e da ipoteca, divenni alla conclusione del Contratto. Nella stipulazione dello Istrumento non si porrà altra ipoteca su detta casa e sito che i franchi ventimila dal benefattore Sig. Abate Rosmini imprestati. Resta solo che il prefato sig. Rosmini voglia delegare persona che la rappresenti, sia per verificare trovarsi lo stabile veramente libero, sia per la stipulazione dell'Istrumento.

Offra intanto i miei più sinceri ringraziamenti al Venerat.mo suo Superiore per quanto vuole fare per noi, e spero che quest'opera di carità, nel tempo che è della maggior gloria di Dio farà discendere sopra di lui e sopra tutto l'Istituto le divine benedizioni.

Quasi tutti i giorni passo un po' di tempo coll'amato D. Costantino e D. Nicolino. Mi ami nel Signore, e mi creda quale di tutto cuore nel Signore

Torino, il 15 gennaio 1851.

Obb.mo Servitore

D. BOSCO GIO.

 

P. S. Un po’ in fretta e disturbato dal chiasso dei birichini.

 

 

Finalmente giunse in Torino il sacerdote Carlo Gilardi, procuratore generale dei Rosminiani, che recava le ventimila lire. - Iddio me le ha proprio mandate, esclamò D. Bosco, e lo disse con tale sentimento, che il buon religioso ne fu commosso.

Si legge nella minuta notarile: “l 19 febbraio 1851 con atto rogato Turvano, Francesco Pinardi vende in comune ai sacerdoti Giovanni Bosco, Teol. Giovanni Borel, Teol. Roberto Murialdo, Giuseppe Cafasso terreni e fabbricati, che hanno per coerenti i signori fratelli Filippi a levante e notte; strada della Giardiniera a giorno; e la signora Maria Bellezza a ponente. Il prezzo è stabilito per la somma di lire 28.500, che per lire 20.000 viene pagato dal Rev. Sig. Carlo Gilardi come rappresentante del Signor Abate Antonio Rosmini - Serbati; e per il resto si rilascia scrittura privata”.

Occorrevano ancora altre 3.500 lire per le spese accessorie, e furono aggiunte dal Comm. Giuseppe Cotta, nella cui banca venne stipulato lo strumento. Questo signore era il primo patrono ed appoggio dell'Oratorio, e tale fu sempre finchè visse.

Come si vede, il nostro D. Bosco in quell'occasione ebbe novella prova della divina Bontà a favore dell'Opera sua, e concepì una fiducia ed un convincimento vie maggiore, che la Provvidenza non gli avrebbe mancato neppure per l'avvenire. E noi crediamo che questa fiducia illimitata, che questo convincimento, non mai smentito pel corso di quasi 50 anni, sia una delle principali cause dell'operosità di Don Bosco. Il mondo stesso vorrebbe talora chiamarlo uomo audace; ma dalla felice riuscita delle sue imprese è invece costretto a chiamarlo uomo provvidenziale; e ne ha ragione.

Ed egli era tale per il concorso generoso di tanti cuori cristiani; e fra questi fu l'Abate Rosmini che provvide la maggior parte dei mezzi necessarii perchè l'Oratorio di San Francesco di Sales avesse sede propria. E dando quel mutuo al quattro per cento, avvisò poi che i frutti sarebbero pagati quando egli li avesse richiesti e non domandò mai con insistenza nè  l'interesse nè  il capitale. Tuttavia D. Bosco fedele alle sue obbligazioni assestava ogni anno i conti col C. Gilardi procuratore. Rosmini fu amico con D. Bosco fino all'ultimo istante di sua vita, e la stessa affezione gli porta- vano i suoi religiosi; e D. Bosco li contraccambiava, anche per dovere di riconoscenza, come già si è visto dalle sue lettere, e tra queste da una che noi riportiamo, tanto più che accenna alle predicazioni da lui fatte in questi mesi. È indirizzata ad un altro sacerdote dell'Istituto della Carità, trasferito alla Sacra di S. Michele.

 

Car.mo Sig. D. Fradelisio,

 

Mi confesso propriamente colpevole di negligenza: tra le occupazioni, alcuni impicci, alcuni giri e tra che sono un birichino, non ho risposto alle gentilissime sue lettere: onde senza cercare scuse mi dichiaro reo e ne domando benigno compatimento.

Intanto Le spedisco la copia dei libri richiestimi, a cui unisco alcune altre coserelle che giudico poter tornare costà di allettamento per quei figliuoli che nella persona di Lei trovano un padre. Unisco quivi la nota di quanto ho speso per alcune commissioni fatte in Torino.

Mi è molto rincresciuto non essermi trovato a casa quando passò qui a Torino; ora però dimorando a minor distanza che non è Stresa, spero di vederla presto, e qui in casa birichinoira. Reputo un tratto della Provvidenza ch'Ella sia andata alla Sacra; io giudico che farà del bene a quelle popolazioni; il suo buon cuore lo può e lo vuole; quei popolani corrispondono.

Tanti saluti a D. Cesare e agli altri di mia conoscenza: mi ami nel Signore; se valgo qualche cosa mi comandi, non sarò più così negligente.

Torino, il 18 gennaio 1851.

 

Aff.mo Amico

D. BOSCO GIO

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