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Capitolo 20

La Fede cattolica assalita dai Valdesi e difesa da D. Bosco - Seconda edizione del Giovane Provveduto e FONDAMENTI DELLA CATTOLICA RELIGIONE - Un libraio valdese - Una sentinella vigilante - Costruzione di un tempio valdese in Torino - AVVISI AI CATTOLICI -Accanimento dei settarii contro l'insegnamento della Teologia - Nepomuceno Nuytz - Vestizione clericale dei primi quattro alunni dell'Oratorio - Ritiratezza ed eroismo di Mamma Margherita - Due lettere di un antico allievo - Indulgenze.


Capitolo 20

da Memorie Biografiche

del 24 novembre 2006

Il re carlo alberto, come abbiamo detto, aveva emancipato i Protestanti. Pareva che con quell'atto egli intendesse solamente di dare la libertà di professare esternamente il proprio culto, senza detrimento della Religione Cattolica. Ma gli eretici non la intesero così e perciò, appena ottenuto quell'atto e la libertà di stampa, si erano tosto dati a fare tra il popolo irrequieta propaganda dei loro errori con tutti i mezzi possibili, particolarmente con libri e fogli pestiferi. Comparvero tra gli altri i giornali: La Buona Novella, La Luce Evangelica e il Rogantino Piemontese; e poi una colluvie di libri biblici adulterati, di poca mole, prese a dilagare nei nostri paesi, penetrare nelle famiglie, scorrere per le mani di tutti, pervertendone la mente, corrompendone il cuore, instillando insomma nelle anime il veleno delle più esiziali dottrine.

Nello stesso tempo scellerati trafficanti di anime si presentavano a quanti venivano a conoscere travagliati dall'indigenza ovvero oppressi dai debiti, e loro offrivano una somma purchè si ascrivessero alla loro setta e abbandonassero la vera fede dei loro maggiori. E purtroppo vi erano di quei miseri che adescati dal luccicare di quelle monete, non sapevano resistere alla tentazione.

Dava mano alla ereticale propaganda il giornale l'Opinione, nel quale, tra gli altri nemici della Chiesa, continuava a scrivere più impudentemente di tutti Bianchi-Giovini, autore di una lurida e calunniosa Storia dei Papi e di altre opere infami. Si aggiungeva che i Protestanti a questa propaganda erano preparati, ed i Cattolici non lo erano punto per opporle un argine, impedirla, o almeno scemarne le disastrose conseguenze. Fidandosi delle leggi civili, che fino allora avevano protetta la Religione Cattolica dagli assalti della eresia; fidandosi sopratutto del primo articolo dello Statuto che porta: La Religione Cattolica, Apostolica, Romana, è la sola Religione dello Stato, i Cattolici si trovarono come soldati scossi all'improvviso dal suono della tromba guerriera, e chiamati a scendere in campo di battaglia, senza armi adatte a combattere nemici premuniti in ogni punto. Infatti i Cattolici abbisognavano di giornaletti di buona lega per diffonderli a larga mano, e pochissimi ne possedevano; facevano mestieri sopratutto libretti semplici e di poco costo, ed invece non si avevano che opere voluminose di grande erudizione. Erano quindi in pericolo di perdere la fede non solamente i giovanetti, ma tutto il basso popolo, alla cui seduzione miravano i nemici della Chiesa. A quella vista si accese di carità e di zelo il cuore del nostro D. Bosco, il quale, col fine di preservare dai serpeggianti errori i suoi cari giovanetti, provvide un mezzo di salute eziandio a migliaia, anzi a milioni di altre persone.

Compose e pubblicò pertanto alcune tavole sinottiche intorno alla Chiesa Cattolica, foglietti volanti, ricchi di ricordi e di massime morali e religiose adattate ai tempi, e si diede a spargerli gratuitamente tra i giovani e tra gli adulti a migliaia di copie, specialmente in occasione di esercizi spirituali, di sacre missioni, di novene, di tridui e feste.

Nè  a semplici fogli si limitò l'industriosa carità del nostro buon Padre; poichè nel 1851 mise pure in luce una seconda edizione del Giovane Provveduto coll'immagine sul frontispizio di S. Luigi e i versi: Venite, o giovanetti, - offrite al Divin Cuore - il verginal candore, - ch'io vi proteggerò,  - e vi aggiunse in fine sei capitoli in forma di dialogo che portavano per titolo comune: Fondamenti della Cattolica Religione. Questi dimostravano, una sola essere la vera religione: le sette dei Valdesi e dei Protestanti non avere i caratteri della Divinità, non trovarsi in esse la vera Chiesa di Gesù Cristo; essere i Protestanti separati dal fonte della vera vita, che è il Divin Salvatore, e convenire essi stessi che i Cattolici si possono salvare e che si trovano nella vera Chiesa. Non tralasciava un monito su ciò che debbono fare gli Ebrei, i Maomettani ed i Protestanti per salvare le loro anime.

Nelle seguenti ristampe del Giovane Provveduto D. Bosco ampliò queste sode istruzioni in dieci capitoli, che volle fossero sempre indivisi dal corpo del libro, acciocchè i Cristiani li avessero di continuo alla mano, colle spiegazioni del dogma dell'Infallibilità Pontificia. Più tardi si voleva di questi Fondamenti farne un fascicoletto a parte, ma D. Bosco assolutamente si oppose, persuaso che, staccati dal suo libro, nessuno li leggerebbe. - Hanno da essere un Vade mecum! esclamò.

E questi Fondamenti, eziandio come erano compendiati nel 1851, al protestanti dovettero sembrare un colpo abbastanza serio per le loro false dottrine, poichè correvano, come la Storia Ecclesiastica e la Storia Sacra, nelle mani di tante migliaia di giovani, ai quali di preferenza essi tendevano le loro reti. D. Bosco nel concludere aveva scritto: “Tutti quelli che perseguitarono la Chiesa nei tempi passati non esistono più, e la Chiesa di Gesù Cristo tutt'ora esiste. Tutti quelli che perseguitano la Chiesa presentemente, di qui a qualche tempo non ci saranno più; ma la Chiesa di Gesù Cristo sarà sempre la stessa, perchè Iddio ha impegnato la sua parola di proteggerla e di essere sempre con lei sino alla fine del mondo”.

Una grande consolazione ebbe D. Bosco a provare mentre lavorava alla seconda suddetta edizione. Una sera, tornando a casa dalla tipografia e passando per la così detta Porta Palazzo, si fermò sotto i portici a sinistra ed osservava un banco di libri in vendita. Il venditore gli disse che quei libri non facevano per lui, perchè libri di Protestanti. Allora egli rispose: - Vedo che non fanno per me; ma sarete poi contento in punto di morte d'aver venduto tali libri? - E salutandolo se ne andò, Mentre D. Bosco si allontanava, il venditore chiese ai vicini chi fosse quel prete, e fugli risposto essere D. Bosco. All'indomani si portò da lui coi quale tenuta una conferenza, finì per recargli tutti i suoi libri e rimettersi sulla buona via.

Intanto D. Bosco aveva notizie certe che l'eresia valdese s'insinuava e faceva ogni giorno più strada in varii paesi. In Valdocco affluivano persone di ogni specie che una simpatia provvidenziale attirava verso D. Bosco, e alcuni di questi gli riferivano quanto accadeva nelle congreghe settarie o protestanti, le loro speranze, i loro disastrosi successi, con una famigliarità singolare. Vi fu chi avvisava D. Bosco a non fidarsi; ma egli stava all'erta, prendeva informazioni e ne avvertiva fedelmente la Curia. Un distinto Ecclesiastico però se ne mostrava importunato, per l'importanza che sembrava dare D. Bosco a simili rivelazioni. Tuttavia il buon prete non ristette, a costo di umiliazioni, dal compiere il suo dovere. Fra le altre volte, i Protestanti si erano infiltrati alla chetichella in Ciriè , e incominciavano a fare adepti. Saputolo Don Bosco non tacque. - E che? egli rispose quell'Ecclesiastico: Lei sa ciò che non sanno gli altri? A Ciriè  vi sono due parroci; e questi non hanno occhi? Crede che non siamo informati di quanto accade? Dunque adesso la luce ha da venire solamente da Valdocco? - D. Bosco non replicò; ma passò poco tempo e la zizzania crebbe in maniera così visibile, che si dovette di premura dar principio in Ciriè  ad una missione per opporsi agli eretici e confutare i loro errori.

Varie altre parrocchie dovettero eziandio essere premunite, e D. Bosco ne ebbe il merito principale.

In mezzo a queste sue sollecite cure, da un povero infelice di nome Wolff che aveva apostatato, e che, per le solite contraddizioni dei cuore umano, gli narrava tutte le decisioni e i passi de' suoi correligionarii, seppe come i Valdesi fossero risoluti di innalzare un tempio in Torino. Infatti a questo fine avevano domandato al Municipio la concessione di un'area fabbricabile presso il giardino pubblico. I Protestanti in Torino erano poco più di duecento. Il Municipio non aveva acconsentito, benchè il progetto fosse appoggiato dall'Avvocato generale presso la Corte d'Appello. Allora gli eretici comperarono a loro spese un'altra area lungo il viale del Re poco lontana dall'Oratorio di S. Luigi, autorizzati da regii decreti, del 17 dicembre 1850, e del 17 gennaio 1851, costruire il progettato tempio. Approvati dalla commissione edilizia i disegni di questo e degli edifizi annessi, il Municipio cercava di guadagnar tempo volendo declinare ogni responsabilità in faccia ai Cattolici; ma il Ministro degli Inter Galvagno fece note le disposizioni sovrane, e fu giuocoforza che cessassero le nobili opposizioni a quell'onta che si voleva recare alla città. Appena la cosa si fece pubblica, i Torinesi anzi tutti i Cattolici del Piemonte, ne furono vivamente addolorati e pregarono il Signore a tener lontano dal paese tanto scandalo. I Vescovi reclamarono in una lettera colletti al Re, in nome della religione, dello Statuto, dell'onore Casa Savoia, citando le disposizioni del codice penale e codice civile. Ma non si tenne conto di questi reclami e si diede subito mano alla costruzione del tempio l'esercizio del culto riformato protestante. Così riceve appoggio chi moveva una guerra fierissima alla Religione Cattolica.

D. Bosco appena seppe di queste mene, non ancor pago di ciò che aveva già fatto, compose e pubblicò un libretto col titolo: Avvisi ai Cattolici. È pregio dell'opera di riprodurne qui il proemio.

“Popoli Cattolici, così egli scriveva, aprite gli occhi tendono a voi moltissime insidie col tentare di allontana da quell'unica, vera, santa Religione, che solamente conservasi nella Chiesa di Gesù Cristo.

”Questo pericolo fu già in più guise proclamato nostri legittimi Pastori, dai Vescovi, posti da Dio a difenderci dall'errore ed insegnarci la verità.

”La stessa infallibile voce del Vicario di Gesù Cristo avvisò di questo insidioso laccio teso ai Cattolici, cioè molti malevoli vorrebbero sradicare dai vostri cuori la Religione di Gesù Cristo. Costoro ingannano se stessi e ingannano gli altri; non credeteli.

”Stringetevi piuttosto di un cuor solo e di un'anima sola ai vostri Pastori, che sempre v'insegnarono la verità.

”Gesù disse a S. Pietro: Tu sei Pietro e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non la vinceranno mai, perchè io sarò coi Pastori di essa tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli.

”Questo disse a S. Pietro e ai suoi successori, i Romani Pontefici, e a nissun altro.

”Chi vi dice queste cose diverse da quanto vi dico, non credetelo: egli v'inganna.

”Siate intimamente persuasi di queste grandi verità: Dove c'è il successore di S. Pietro, là c'è la vera Chiesa di Gesù Cristo. Niuno trovasi nella vera Religione, se non è Cattolico; niuno è Cattolico senza il Papa.

”I nostri Pastori e specialmente i Vescovi, ci uniscono al Papa, il Papa ci unisce con Dio.

”Per ora leggete attentamente i seguenti avvisi, i quali, ben impressi nel vostro cuore, basteranno a preservarvi dall'errore.

”Quello poi, che qui viene ora brevemente esposto, fra poco l'avrete in apposito libro diffusamente spiegato.

”Il Signore delle misericordie infonda a tutti i Cattolici tanto coraggio e tale costanza, da mantenersi fedeli osservatori di quella Religione, in cui noi fortunatamente siamo nati e siamo stati educati.

”Costanza e coraggio, che ci faccia pronti a patire qualunque male, fosse anche la morte, anzichè dire o fare alcuna cosa contraria alla Cattolica Religione, vera e sola Religione di Gesù Cristo, fuori di cui niuno può salvarsi”.

A questa specie di proclama, non più indirizzato solo ai giovani, ma in generale ai Piemontesi e in ispecie ai Torinesi, facevano seguito i Fondamenti della Cattolica Religione stampati poco prima nella seconda edizione del Giovane Provveduto; e si prometteva intanto un apposito libro nuovo che egli stava scrivendo. Questo avrebbe per iscopo di mettere in guardia le anime contro le insidie ereticali, di ammaestrarle nelle verità più necessarie a sapersi, di svelare l'errore dei seduttori, di arrestarne la mala influenza e così confermare nella fede i cattolici. Era il libro che ebbe per titolo: Il Cattolico istruito nella sua religione.

Degli Avvisi ai Cattolici fu straordinario lo spaccio; in soli due anni se ne diffusero oltre a duecento mila esemplari. Ma se questa operetta tornò gradevolissima a tutti i buoni, inasprì i Protestanti e li fece montare in sulle furie. Mentre si credevano di poter a loro bell'agio devastare, a guisa degli antichi Filistei, il campo del Signore, si vedevano venire innanzi un novello Sansone a scoprire le loro arti, a rompere le loro file, a scompigliare le loro schiere in difesa del popolo di Dio.

Con questa pubblicazione e con le altre molte che la seguirono, D. Bosco indicava al secolo l'arma più potente per combattere i nemici della religione e segnava la strada a quanti volessero correre in difesa della società cristiana minacciata. In questi anni tutto pareva morto nel campo cattolico, e D. Bosco lo risvegliò in Torino.

Nè  stancavasi nel diffondere da ogni parte l'ultima sua operetta. Fra gli altri ne mandava 150 copie a D. Scesa, maestro dei novizi a Stresa, con lettera del 3 marzo 1851; e così ne scriveva al suo Professore, il Teol. Appendino, a Villastellone.

 

Amatissimo Sig. Teologo,

 

Mando a V. S. amatissima le cento copie degli Avvisi ai Cattolici, facendole soltanto osservazione che se si occupa di questi libri, perde la protezione della Gazzetta del Popolo e chi sa ancor di più, giacchè questo libriccino, sebbene visibile appena, le è avverso e fa quanto può onde averne ed abbruciarne.

Nulladimeno se si occuperà a propagar libri buoni (e la credo ottima limosina) sarà a fulmine tutus.

Tutto il suo ammontare è : libri già spediti……..1 95

Avvisi ai cattolici copie 100…………………...  5 00

                                                                         6 95

che spero poter andare io stesso ad esigere sul luogo del luogo.

Mi ami nel Signore, mi comandi, e se valgo a qualche cosa, mi sarà di gran piacere il poterla servire con quel figliale affetto con cui mi sottoscrivo

D. S. V. Ill.ma e amat.ma

Obbl.mo servitore ed allievo

Sac. BOSCO GIO.

Capo dei birichini.

 

Ma pur troppo che i Protestanti avevano i loro complici tra i legislatori che non si lasciavano sfuggir occasione per far proposte e muovere accuse contro la Chiesa. Nel marzo vi fu in Parlamento un'accanita discussione contro l'insegnamento teologico, che si diceva pieno di errori, di viete dottrine e di una morale bassa e corrompitrice. Si gridò essere meglio che si attivassero gli studi biblici, come presso i Protestanti. Si voleva attribuire al Governo la nomina dei professori nei collegi vescovili e che ai Vescovi si togliesse la direzione dell'insegnamento teologico: si protestò doversi abolire nelle Università e nei collegi gli Oratorii e le Congregazioni, e che ai giovani si lasciasse piena libertà di essere atei o credenti. Ma il conte Camillo di Cavour, che non erasi ancor dichiarato nemico del clero, parlò alquanto in favore dell'insegnamento vescovile, e così quelle sfuriate non ebbero per allora altro effetto, che una lettera dei Ministro dell'Istruzione Pubblica ai Vescovi, colla quale tentava di loro imporre alcune condizioni per l'insegnamento teologico e che provocava da essi forti richiami.

L'irritazione dei settari era prodotta dall'essere ortodossi tutti i Dottori del Collegio Teologico dell'Università di Torino, eccettuato il professore di diritto canonico Nepomuceno Nuytz, povero teologo laico, pressochè ignorante di storia, educato sui libri di Febronio e del Van Espen, giansenista per imitazione. Da più anni faceva scuola ed era stato posto su quella cattedra appunto perchè co' suoi mali insegnamenti pervertisse la gioventù ecclesiastica. Propugnava gravissimi errori intorno ai diritti del sacerdozio e dell'impero, sul sacramento dei matrimonio e sulle scomuniche. Alcuni suoi trattati erano stati colpiti dalla condanna di un Breve Pontificio. I giornali e il Governo lo sostenevano. I Vescovi dirigevano un memoriale al Re, perchè facesse cessare quello scandalo, ed ebbero qualche ascolto. L'insegnamento del Diritto Canonico fu sospeso; e poco dopo il Nuytz fu sostituito da Filiberto Pateri, non meno di lui regalista e avverso ai diritti della Chiesa, ma più riguardoso. Nuytz moriva nel 1876, senza ricevere i Sacramenti, rifiutandosi di fare ritrattazioni.

Intanto in quest'anno il Ministro cercava di eccitare i chierici a frequentare l'Università, invitando la Curia Metropolitana ad avvertirli che nel nominare ai beneficii, il Governo continuerebbe sempre ad anteporre gli Ecclesiastici che avessero conseguito i gradi nello studio universitario. I Vescovi non acconsentirono che gli alunni del santuario frequentassero tali scuole sul diritto canonico.

Ma ciò non bastava. L'errore oltre la libertà doveva avere il suo premio. Il 16 marzo 1851 un decreto reale dichiarava istituzione civile l'Ordine religioso equestre dei Ss. Maurizio e Lazzaro, fondato dall'autorità dei Pontefici che aveanlo dotato di beni e di rendite ecelesiastiche; e aboliva la professione religiosa che i commendatori ed i provvisti dei beni dell'Ordine dovevano prestare. Questo si faceva per poterne così conferire gli onori e le rendite anche ad ebrei, a protestanti e ad eterodossi.

Noi abbiamo scritto questa pagina, perchè sempre meglio, s'intenda qual fosse la lotta che D. Bosco aveva ingaggiata.

Egli intanto aveva visto compiersi un ardente suo voto. Il 2 febbraio, giorno della Purificazione di Maria, nel quale in quest'anno celebravasi nell'Oratorio eziandio la festa di S. Francesco di Sales, i giovani Giuseppe Buzzetti, Felice Reviglio, Giacomo Bellia, Carlo Gastini avevano indossato la veste clericale. Compieva la funzione il Teol. Collegiato Ortalda Giuseppe Canonico Teologo della Metropolitana, il quale in così bella occasione svolse il testo del Vangelo di quel giorno: Positus est hic in resurrectionem et in ruinam multorum, e spiegò ai nuovi chierici quale sarebbe stata la loro missione se avessero corrisposto alla grazia ricevuta.

D. Bosco, pieno d'immenso giubilo, non si contentò della solennità in chiesa, ma volle imbandire un pranzo, al quale invitò, eziandio il Can. Ortalda, il Teol. Nicco, il Can. Nasi e il Dottor Collegiato Teol. Can. Berta. Fu quello un convito che rimase memorabile. I cucinieri diedero prova della loro abilità, perchè D. Bosco non fu mai gretto cogli amici, ma nessuno dei commensali potè  mangiare il lesso e bere il caffè. Mentre Mamma Margherita era occupata negli apprestamenti di tavola e aveva già fatto bollire il caffè in una pentola, sua sorella Marianna Occhiena, che dopo la morte di D. Lacqua suo padrone dimorava all'Oratorio, aveva inavvertentemente messa la carne a cuocere in quella stessa pentola. Come sia andata la cosa dei porre in tavola di questi manicaretti noi non lo sappiamo; ma il Can. Berta ancora nel 1901 ci raccontava il gusto strano che avevano, senza che ne sapesse la causa; e come nessuno dei convitati potesse inghiottirne, benchè , da persone educate, non dimostrassero la loro ripugnanza. Noi allora gli spiegammo quel mistero, ed egli ridendo, ma con ammirazione, aggiunse che D. Bosco aveva mangiato con indifferenza un pezzetto di quella carne nauseabonda e succhiata la sua tazza di caffè condita al grasso.

L'indomani della vestizione i quattro nuovi chierici incominciarono ad andare a scuola di filosofia dai Teologi Farina e Mottura, ed alla ripetizione dal Can. Berta, e dopo qualche mese D. Bosco per sopperire alle spese che gliene derivavano, fece scrivere da ognuno di essi una supplica al Re per ottenere un sussidio, che fu accordato.

D. Bosco poteva finalmente sperare che i nuovi chierici fossero suoi; ma anche questo tentativo, da lui preparato con tanto zelo, non doveva riuscire, poichè , come racconteremo, due di costoro dopo qualche tempo deposero la veste, due altri uscirono dall'Oratorio per varie ragioni da loro indipendenti e furono zelanti sacerdoti nelle loro diocesi. Reviglio però divenne subito un potente ausiliare di D. Bosco per l'Oratorio di S. Francesco e per l'Ospizio fino al 1857.

Anche gli altri tre lo aiutarono efficacemente nell'opera degli Oratorii festivi, sia nel catechizzare ed istruire i giovani esterni ed interni, sia nell'assisterli in chiesa e nelle ricreazioni, sia nel dar loro lezioni di canto. Margherita gioiva nel veder crescere intorno a D. Bosco le vocazioni ecclesiastiche; senonchè amava vivere ritirata, e colla sua grande perspicacia conosceva ciò che a lei era conveniente e ciò che non lo era. Sin da quando la casa fa costituita e D. Bosco incominciò a sedere a mensa in compagnia de' suoi primi chierici e preti, più non fu vista a pranzare con lui. D. Bosco avrebbe desiderato che qualche volta comparisse, ma essa sapeva sempre scusarsi. Siccome talora egli soleva invitare i giovanetti più buoni seco a pranzo, insistette perchè ella sedendo in mezzo ad essi e assistendoli, procurasse di impedire le sgarbatezze, il vociare troppo forte, e che si insudiciassero, o mangiassero con troppa avidità. In modo speciale quando aveva commensali gente estranea alla casa o forestieri da lui invitati, desiderava di impedire quanto a questi signori avesse potuto dare argomento di censura. Mamma Margherita alla fine acconsentì, benchè a malincuore; andò per circa una settimana, ma poi non si vide più. -Non è quello il mio posto, disse a Don Bosco; la presenza di una donna in quel luogo, stuona.

Non ostante però il suo aspetto tranquillo non è da credere che ella passasse la sua vita in Valdocco senza tribolazioni. Una donna amante dell'ordine e dell'economia domestica non può vedere di buon occhio sciupata quella roba che le costò spesa e fatica. E come impedire che giovanetti vivacissimi, non per mal animo, ma per spensieratezza, cagionassero più di un volta danni non indifferenti e quindi recassero qualche fastidio alla buona mamma?

Rinnovandosi però fatti consimili, un bel giorno del 1851, Margherita entrò nella camera del figlio, e: - Ascoltami, gli disse. Tu vedi come non sia possibile che io faccia andare innanzi bene le cose di questa casa. I tuoi giovani tutti i giorni fanno qualche nuova loro prodezza. Qua mi gettano in terra la biancheria pulita stesa al sole, là mi calpestano l'orto e tutti gli erbaggi. Non hanno cura alcuna dei loro vestiti e li stracciano in modo che non c'è più verso di riuscire a rattopparti. Ora perdono i moccichini, le cravatte, le calze; ora nascondono camicie e mutande, e non si possono più trovare; ora portano via gli arnesi di cucina per i loro capricciosi divertimenti e mi fanno andare attorno mezza giornata per cercarli. Insomma, io ci perdo la testa in mezzo a tanta confusione. Io era ben più tranquilla quando stava filando nella mia stalla senza rompicapi e senza ansietà. Vedi! Quasi quasi ritornerei là nella nostra casetta ai Becchi, per finire in pace quei pochi giorni di vita che ancora mi restano.

D. Bosco fissò in volto sua mamma, e commosso, senza parlare, le accennò il crocifisso che pendeva dalla parete.

Margherita guardò; i suoi occhi si riempirono di lagrime: - Hai ragione, hai ragione! - esclamò: e senz'altro ritornò alle sue faccende. Da quell'istante più non sfuggì dal suo labbro una parola di malcontento.

Infatti da quel punto parve insensibile per quelle miserie. Un giorno uno di quei dissipatelli spaventava le galline e inseguendole le faceva correre sbandate per i prati circostanti. Marianna, la sorella di Margherita, gridava con quanta voce aveva in gola, perchè il birichino lasciasse in pace le galline, e si affannava a ricondurle verso il pollaio.

Margherita, udendo quel gridio venne fuori, ed osservato il caso con tutta calma disse alla sorella: - Là là! Chè tati! Abbi pazienza! Che cosa vuoi farci! Vedi bene che hanno l'argento vivo nelle ossa!

Ma se nell'Oratorio vi era qualche spensierato, il cuore di tutti i giovani ardeva per D. Bosco di un amore costante: e vivo lo mantenevano usciti dell'Istituto per ritornare alle loro famiglie e prendere una carriera o uno stato. Tra le molte prove che potremmo addurre scegliamo per ora le due seguenti lettere di tempi diversi scritte dall'allievo Comba Antonio.

La prima è impostata a Rumilly in Savoia colla data del 16 febbraio 1851 e diretta al Sig. D. Bosco: “Non saprei come esprimere la gioia ed il contento che provo nel ricevere una delle sue care lettere desiderata da tanto tempo. Oh quante volte col pensiero mi porto là in quel ridente e giulivo recinto! Oh quante fiate colla mente mi trovo fra loro! Ora mi vi presento sotto un aspetto, ora sotto un altro. Non creda che la mia memoria sia così ingrata da dimenticarsi sì presto del bell'Oratorio, che anzi sarà perpetua; sì, saranno eterni quei giorni felici che con loro passai.

”Godo e mi rallegro assaissimo del felice successo de' miei compagni, cioè che abbiano vestito l'abito chiericale; il che spero coll'aiuto di Dio fare un po' più tardi. In questa scuola di rettorica ho molto da lavorare; ma ne sono contentissimo poichè ho già occupato il secondo posto... Abbiamo un buonissimo superiore, che è stato molto tempo a Roma; sa egregiamente l'italiano. Ogni venerdì ne abbiamo una scuola. Qualche volta vado a trovarlo, e discorriamo in italiano; siamo molto amici; l'ho scelto per mio confessore. Abbiamo ottimi professori... siamo 57 pensionarii. Il martedì, il giovedì e la domenica dopo pranzo andiamo tutti insieme al passeggio Altro non saprei se non che Ella dica tante cose dalla mia parte a sua madre, al suo fratello Giuseppe, a D. Grassino, Savio, Bellia, Buzzetti, Gastini, Reviglio, Angeleri, Piumatis, Aellisio, Tomatis, Canale, Arnaud ecc. ecc. senza dimenticare il Teol. Vola, il Teol. Borel, il Teol. Carpano ecc. ecc. Sarei bramoso di ricevere una lettera dal mio compagno Bellia, in cui mi desse qualche notizia di Torino e mi facesse il piacere di mandarmi una copia della canzone: È consumato il calice colla prima strofa in musica. Credo Buzzetti l'abbia in stampa. Quando mi scrive, la prego a non affrancare le lettere”.

Nè  questa affezione durava solo pochi anni dalla partenza di Comba dall'Oratorio; ma nel 1882, l'11 settembre, scriveva una seconda lettera da Montauroux par Callian, dipartimento del Varo.

 

Car.mo amico ed antico compagno Sig. D. Rua,

 

Prima La ringrazio infinitamente, come pure il Sig. Don Lago, della loro affezionatissima lettera del 15 agosto scorso, che ci diede tanta consolazione. Dunque grazie e grazie molte..

Abbiamo recitato in famiglia le preghiere prescritteci, e grazie a Gesù nel SS. Sacramento, alla B. V. Maria Ausiliatrice, alle potenti preghiere del nostro sempre amatissimo padre, il Sig. D. Bosco, ed a quelle di voi altri tutti, carissimi amici ed ottimi fratelli, siamo stati consolati nel vedere che la mia buona consorte ha potuto andare alla messa nel bel giorno della Natività di M. V. Una volta D. Bosco mi scriveva in Savoia: Conservati nel santo timor di Dio, amami sempre nel Signore, e se in qualche cosa ti potrò servire, mi troverai sempre affezionatissimo amico. D. Giovanni Bosco. Ed io l'ho sempre amato, il carissimo D. Bosco; non ho mai dimenticato l'Oratorio, i miei cari compagni, e mi ricordo sempre con gioia le canzoncine di un tempo già ben lontano

 

Di vivo giubilo Viva D. Bosco

Tutti esultanti Che ci conduce

Da noi si canti Sempre alla luce

Inno d'amor Della virt√π,

Pel nostro amabile Che in lui men fulgida

Caro pastor. Giammai non fu.

 

Mille volte benedetto

Sia il nostro padre eletto (bis),

Nostra gioia e nostro amor.

Ah! Ah! per te

Cui sostegno il ciel ne diè  (bis).

Cresceremo alle virtudi,

Diligenti negli studi (bis);

Ed assidui nel lavor.

Ah! Ah! per te

Cui sostegno il ciel ne diè  (bis).

Se vicino a noi t'assidi

Amoroso a noi sorridi! (bis)

Noi siam figli del tuo amor.

Ah! Ah! per te,

Sotto l'ali della fè  (bis).

Questa schiera insieme unita

Passerà gioconda vita (bis)

Nei contenti del Signor,

Ah! Ah! per te,

Sotto l'ali della fè !

Viva D. Bosco!

 

Addio, signor D. Rua, addio, o tutti i miei cari compagni ed amici; addio.

Sempre affezionatissimo

COMBA ANTONIO.

 

 

Ripigliando ora noi il filo del racconto va qui notato come D. Bosco nel mese di febbraio ottenesse altro favore spirituale dal S. Padre, ben sapendo che indulgentiae tantum valent quantum sonant, e che quando si dice essere una remissione piena e totale, lo è anche di fatto. - Fate gran conto delle indulgenze, - ei diceva ai giovani, e con questo spirito così scriveva al Papa

 

Beatissimo Padre,

 

Il Sacerdote Giovanni Bosco, con i suoi compagni sacerdoti addetti agli Oratorii per gli artisti della città di Torino, supplica umilmente la S. V. ad accordare l'indulgenza plenaria a tutti quei giovani che ogni festa frequentano detti Oratorii, confessati e comunicati, per l'ultima domenica di ciascun mese.

Che della grazia ecc.

 

“Ex audientia SS.mi SS.mus Dominus Noster Pius Papa IX omnibus Christi fidelibus, de quibus tantum in precibus, Plenariam Indulgentiam semel in mense, in ultima nempe cujuslibet mensis dominica acquirendam, dummodo vere poenitentes et confessi SS.mum Eucaristiae Sacramentum sumpserint, nec non aliquam ecclesiam seu oratorium publicum visitaverint, ibique per aliquod temporis spatium juxta mentem Sanctitatis Suae oraverint, benigne concessit, Praesenti ad septennium valituro absque ulla Brevis expeditione.

Datum Romae ex Secreteria S. Congregationis Indulgentiarum die 18 februarii 1851

 

(L. S)         F. Card. ASQUINIUS Bp.

A. Archipr. Prinzivalli Substitutus”.

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