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Capitolo 2. - LA RICERCA DELL'ESSERE

La fede è una «luce oscura» Ci fa comprendere qualcosa, ma solo tanto da indirizzarci a un qualcos'altro che resta per noi incomprensibile. Poiché il fondamento ultimo di tutti gli enti è insondabile, tutto quello che viene visto a partire da esso si sposta, entrando nella «luce oscura» della fede e del mistero.


Capitolo 2. - LA RICERCA DELL’ESSERE

da L'autore

del 01 gennaio 2002

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LA RICERCA DELL’ESSERE

L’uomo anela ad avere sempre di nuovo in dono l’essere, per poter attingere ciò che l’attimo gli da e al tempo stesso gli toglie. Non vuol lasciare ciò che gli dà pienezza, e vorrebbe essere senza fine e senza limiti, per possederlo completamente e per sempre. Gioia senza fine, felicità senza ombre, amore senza limiti, massima intensità di vita senza cedimenti, attività vigorosa che sia al tempo stesso quiete perfetta e libertà da tutte le tensioni - questa è la beatitudine eterna... Questo è l’essere che cerca l’uomo nel suo esistere.

Di fronte all’innegabile realtà per cui il mio essere è fugace, prorogato, per così dire, di momento in momento, e sempre esposto alla possibilità del nulla, sta l’altra realtà, altrettanto inconfutabile, che, nonostante questa fugacità, io sono e d’istante in istante sono conservato nell’essere e che in questo mio essere fugace colgo alcunché di duraturo. Mi sento sostenuto e trovo in ciò riposo e sicurezza: non è la sicurezza, conscia di sé, dell’uomo che, con le proprie forze, sta su un terreno solido, ma è la dolce, beata sicurezza del bambino sorretto da un braccio robusto, sicurezza non meno ragionevole, se oggettivamente considerata. O sarebbe «ragionevole» il bambino che vivesse nel timore continuo che la madre lo lasci cadere?

Nel mio essere dunque mi incontro con un altro essere, che non è il mio, ma che è il sostegno e il fondamento del mio essere, di per sé senza sostegno e senza fondamento. Per due strade posso giungere a riconoscere l’Essere eterno in questo fondamento del mio essere che incontro in me stesso. L’una è la via della fede: quando Dio si rivela come l’essente, il creatore e il conservatore, e quando il Redentore dice: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna queste sono risposte chiare all’interrogativo concernente l’enigma del mio proprio essere. E quando Dio, per bocca dei Profeti, mi dice che mi è più fedele del padre e della madre, che è l’amore stesso, allora riconosco quanto sia «ragionevole» la mia fiducia nel braccio che mi sostiene, e quanto sia stolto ogni timore di cadere nel nulla, a meno che non mi stacchi io stesso dal braccio che mi sorregge.

Proprio per il senso della creazione, il creato non può essere una copia perfetta, ma solo un’« immagine

parziale», un «raggio riflesso»: Dio, eterno, increato ed infinito, non può creare una cosa identica a sé, perché non può esserci un secondo essere eterno, increato ed infinito.

L’essenza più profonda dell’amore è di essere un dono. Dio, che è amore, si dona a tutte le creature che egli ha creato per amore.

L’amore è però vita nel grado più perfetto: essere che si dona eternamente, senza subire diminuzioni, che porta frutti eternamente.

Il cuore è il vero e proprio centro della vita, è l’organo del corpo alla cui attività è legata la vita fisica. Ma di solito il cuore viene inteso anche come il profondo dell’anima, evidentemente perché esso partecipa più fortemente a quanto accade nel profondo dell’anima, perché in esso si sente più chiaramente che altrove il legame tra anima e corpo.

Nel profondo, l’essenza dell’anima è sbocciata verso l’interno. Se l’io vive qui - sul fondamento del suo essere, dove è veramente di casa e dove deve stare - comprende qualcosa del senso del suo essere e sente tutta la sua forza, prima che sia suddivisa in forze singole. E se vive a partire da questa profondità, vive una vita piena e raggiunge l’apice del proprio essere. I contenuti assorbiti dal di fuori e penetrati, non rimangono solo patrimonio della memoria, ma si possono trasformare «in carne e sangue». Possono così diventare fonte di forza dispensatrice di vita. Tuttavia, è anche possibile che penetri qualcosa di estraneo all’essenza, qualcosa che leda la vita dell’anima e costituisca un pericolo mortale, se questa non raccoglie tutte le sue forze per eliminarlo.

La coscienza manifesta come i fatti siano radicati nel profondo dell’anima e trattiene nel profondo l’io, nonostante la sua libera mobilità: la voce dal profondo lo richiama sempre al suo posto, per un colloquio sul suo agire, e per convincersi delle conseguenze delle sue azioni, poiché i fatti lasciano tracce nell’anima, e l’anima di conseguenza si trova in uno stato diverso. L’anima è qualcosa in sé: tale quale Dio l’ha posta al mondo. E questo quid ha la sua struttura caratteristica, che pone un marchio a tutta la vita in cui si sviluppa: per questo, anche se due persone fanno la medesima cosa, non ne risulta lo stesso effetto. L’anima sente nel suo profondo quid e quo- modo essa sia, in quel modo oscuro e indicibile che le rivela il mistero del suo essere come mistero, senza svelarlo. Porta inoltre nel suo quid la determinazione di ciò che deve diventare; attraverso quello che prova e fa. Sente se ciò che accoglie in sé è compatibile o meno con il proprio essere, e quindi opportuno o no, e se ciò che fa è in accordo con il suo essere o non lo è. E a questo corrisponde lo stato nel quale «si trova» dopo ogni contatto e confronto con il mondo.

Questo è quanto i conoscitori della vita interiore

hanno sperimentato in ogni tempo: essi sono stati attirati nel proprio io più profondo da qualcosa che aveva maggiore attrattiva dell’intero esterno; hanno sperimentato lo sbocciare di una vita nuova, superiore e più potente, della vita soprannaturale, divina. «... Se cerchi un luogo elevato, un luogo santo, trasformati interiormente in tempio di Dio. “Il tempio di Dio infatti è santo, e voi siete il tempio”. Vuoi pregare nel tempio? Prega in te stesso. Ma dapprima devi diventare il tempio di Dio, perché egli ascolta nel suo tempio colui che prega». «... Liberami dall’errore: sii tu la mia guida - e io ritornerò in me e in te». La grazia mistica fa sperimentare ciò che la fede insegna: che Dio abita nell’anima. Colui che cerca Dio, guidato dalla fede, si incamminerà liberamente verso il medesimo luogo in cui altri sono attirati per grazia mistica: cioè a spogliarsi dei sensi e delle «immagini» della memoria, dell’attività pratica naturale dell’intelletto e della volontà per ritirarsi nella deserta solitudine interiore, e rimanervi nella fede oscura, nel semplice sguardo amoroso dello spirito rivolto al Dio nascosto, che è velato, ma presente. Egli sosterà qui in una profonda pace - perché questa è la sede della sua quiete, finché piacerà al Signore trasformare la fede in visione.

È proprio dell’essenza dell’uomo che ogni singolo e l’intera stirpe, per realizzare ciò che è determinato

dalla loro natura, debbano svilupparsi nel tempo, e che questo sviluppo sia legato alla libera cooperazione di ogni individuo e all’azione comune di tutti.

Il pensare argomentativo formula concetti rigorosi, ma che non sono in grado di cogliere l’incomprensibile, anzi lo situano a quella distanza che è propria di tutto ciò che è concettuale. La via della fede ci dà di più che non la via della conoscenza filosofica: Dio vicino come persona, che ama ed è misericordioso, e una certezza che non è propria di alcuna conoscenza naturale. Ma anche il cammino della fede è un cammino oscuro. Dio stesso accorda il suo linguaggio alla misura dell’uomo, al fine di permetterci di cogliere l’inafferrabile.

La fede è una «luce oscura» Ci fa comprendere qualcosa, ma solo tanto da indirizzarci a un qualcos’altro che resta per noi incomprensibile. Poiché il fondamento ultimo di tutti gli enti è insondabile, tutto quello che viene visto a partire da esso si sposta, entrando nella «luce oscura» della fede e del mistero.

Accogliere Dio significa volgersi a lui nella fede, cioè credere in Deum, tendere a lui. In tal modo, credere equivale ad un afferrare Dio. Ma l’afferrare presuppone un venire afferrati: non potremmo credere senza la grazia. E la grazia è partecipazione alla vita divina. Quando ci apriamo alla grazia, accettiamo la fede, abbiamo in noi l’inizio della vita eterna.

La fede è più vicina alla sapienza divina di ogni scienza filosofica e anche teologica. Ma poiché è arduo per noi procedere al buio, ogni raggio di luce che cade nella nostra notte come un preannuncio della luce futura è un aiuto inestimabile per non smarrirci nel nostro cammino.

Ciò che non era nel mio progetto, era nel piano di Dio. E se questo accade ripetutamente, si fa più viva in me la convinzione di fede che per Dio non esiste il caso, che tutta la mia vita è già disegnata nel piano della provvidenza divina fin nei minimi particolari e che è un insieme perfettamente intelligibile agli occhi onniveggenti di Dio. Perciò, fin d’ora attendo con gioia il lume di gloria in cui anche a me sarà svelato questo contesto pieno di significato.

Dio non esige nulla dall’uomo senza dargli contemporaneamente la forza necessaria. La fede ce lo insegna, e l’esperienza della vita di fede lo conferma. Il punto più profondo dell’anima è un vaso in cui penetra lo spirito di Dio (la vita di grazia), se l’anima si apre a lui in un atto di libertà. E lo spirito di Dio è significato e forza. Dà all’anima una nuova vita, la rende capace di opere che per natura non sarebbe in grado di compiere, e contemporaneamente le indica la direzione del suo agire.

In fondo, ogni esigenza piena di senso che appare all’anima con forza obbligante è una parola di Dio. Non c’è alcun senso che non abbia nel Logos la sua eterna patria. E chi accoglie con prontezza una simile parola di Dio, riceve al tempo stesso anche la forza di corrispondere a questa parola. Ogni aumento di grazia è però anche un potenziamento dell’essere spirituale e schiude all’anima una comprensione più ricca e più sottile della parola divina, per quel senso soprannaturale che ci parla negli avvenimenti e che si fa intelligibile come «colloquio» nel profondo. Per questo l’anima, che in virtù della sua libertà si appoggia allo spirito di Dio o alla vita di grazia, è capace di rinnovarsi e di trasformarsi completamente.

L’amore è in ultima analisi dono del proprio essere e identificazione con l’amato. Colui che fa la volontà di Dio impara a conoscere lo spirito divino, la vita divina, l’amore divino, e tutto questo non significa altro che Dio stesso. Mentre col dono di sé fa ciò che Dio esige da lui, la vita divina diventa la sua vita interiore: quando ritorna in sé, trova Dio.

Dio- egli solo- abbraccia totalmente ogni spirito creato: colui che si dà a Dio raggiunge la massima perfezione nell’unione d’amore con lui, in quell’amore che è contemporaneamente conoscenza, dono del cuore e atto libero. Egli è volto totalmente verso Dio, ma nell’unione con l’amore divino lo spirito creato abbraccia anche se stesso, conoscendo e donandosi liberamente. Il donarsi a Dio è contemporaneamente donarsi al sé amato da Dio e a tutta la creazione, quindi a tutti gli esseri spirituali uniti in Dio.

Se l’anima si apre interiormente alla vita divina, essa stessa, e per suo tramite il corpo, viene formata ad immagine del Figlio di Dio, da essa partono «fiumi di acqua viva», che hanno il potere di rinnovare mediante lo spirito il volto della terra. Lo spirito umano, penetrato e guidato dallo spirito divino, riconosce nella luce divina la figura originaria della creazione sotto i veli che la nascondono e può collaborare al suo ripristino.

Edith Stein

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