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Capitolo 2

I decenni dell'Oratorio - Conferenza.- per la prima volta i collaboratori di D. Bosco prendono il nome di SALESIANI -Prediche efficaci - La festa di S. Francesco di Sales e il premio di buona condotta ai chierici e ai giovani - Il volo mensile - Carità eroica di D. Bosco nel sollevare da gravi dolori i suoi giovani - Il dono delle guarigioni - Cure paterne per gli infermi.


Capitolo 2

da Memorie Biografiche

del 27 novembre 2006

 Don Bosco lasciò scritto in una sua memoria: “ Chi, osserva attentamente, resta maravigliato come sieno memorabili i decenni dell'Oratorio. Il primo decennio si può intitolare: L'Oratorio vagabondo. Nel secondo decennio si possiede un luogo ed un'abitazione fissa, e questo periodo può definirsi: L'Oratorio, stabile, e successivo ordinamento della casa. Nel terzo decennio si incominciarono ad aprire alcune case, come Mirabello e Lanzo e poi tutte le altre in Italia, e si denominerà: Decennio d'ingrandimento esterno. Sul principio del quarto decennio incominciò la Congregazione a stendere le sue ali fuori d'Italia, andò in Francia colla casa di Nizza e Marsiglia e volò fino al nuovo mondo aprendo i, suoi collegi nella Repubblica Argentina e in quella dell'Uruguay; e questo periodo si denominerà: Espansione mondiale ”.

   Ma ora siamo al secondo decennio, e D. Bosco continua: “Nel 1854 si può dire che finisse la parte poetica dell'Oratorio e incominciasse la parte positiva. I giovani avevano cessato di andare a scuola col proprio cucchiaio in saccoccia, e una sala era destinata ad uso refettorio col necessario occorrente. La venuta poi di D. Alasonatti Vittorio, uomo pacato e di ordine, mi avrebbe permesso di sistemare la casa non essendo io più solo. Allora incominciai a prendere qualche nota delle cose principali riguardanti l'Oratorio. Queste però consistevano in un breve indice piuttosto che in racconti ”.

   Avvicinandosi intanto la festa di S. Francesco di Sales, D. Bosco continuava ad insinuare nell'animo di alcuni suoi allievi una vaga idea di Congregazione religiosa. Tenne perciò una radunanza, nella quale parlò del gran bene che molti uniti insieme avrebbero potuto fare al prossimo in generale, e ai fanciulli in particolare. Il chierico Rua ne tenne memoria in un suo scritto, che ancora si conserva negli archivi. “ La sera del 26 gennaio 1854 ci radunammo nella stanza di D. Bosco: esso D. Bosco, Rocchietti, Artiglia, Cagliero e Rua; e ci venne proposto di fare coll'aiuto del Signore e di S. Francesco di Sales una prova di esercizio pratico della carità verso il prossimo, per venire poi ad una promessa; e quindi, se sarà possibile e conveniente di farne un voto al Signore. Da tale sera fu posto il nome di Salesiani a coloro che si proposero e si proporranno tale esercizio ”.

   Questa proposta fece grande impressione in que' buoni chierici, perchè trovò un'eco nei loro cuori, preparati anche dalle sue prediche, nelle quali coordinava a' suoi fini segreti i pensieri che trasfondeva negli altri. Egli per lo più faceva comprendere a' suoi uditori le verità .religiose continuando ad esporre sul pulpito fatti della storia ecclesiastica o la vita dei Papi; e per assicurarsi di essere inteso e per eccitare l'emulazione, in fine del racconto egli soleva rivolgere la parola ad alcuni degli uditori, ora esterni ed ora interni, domandando quali riflessioni suggerissero quelle narrazioni e quale moralità se ne sarebbe potuta trarre. Così li obbligava tutti a stare attentissimi ed esercitava l'acume del loro intelletto. Quindi raccoglieva egli dalle risposte avute i varii precetti che si potevano apprendere, li esponeva con una massima generale, applicandola alla vita de' suoi ragazzi; e a questo modo accoppiava l'istruzione alla morale. Mirabile in specie era la semplicità e l'ordine, la chiarezza, l'affetto con cui,dipingeva i vincoli di fratellanza degli antichi cristiani, l'unione figliale dei ministri dell'altare col Sommo Pontefice e coi loro vescovi, il fervore di virtù dei primi ordini monastici e le fatiche degli apostolati e le conversioni dei popoli. Quindi interrogava pubblicamente uno dei chierici qual fosse la causa di così magnifici effetti e si veniva a concludere in mezzo alla generale attenzione: - L'obbedienza unisce, moltiplica le forze e colla grazia di Dio opera portenti.

  E dalle prediche di D. Bosco e da' suoi splendidi esempi molti sentironsi germogliare e crescere in cuore il seme della vocazione religiosa od ecclesiastica, che li rese glorie dell'Oratorio e della Chiesa. Egli poi tali cercava formarli colla pratica delle varie virtù necessarie al loro stato, specialmente collo spirito di umiltà e di sacrificio, eziandio in ciò che spettava le azioni giornaliere e comuni, e raccomandava ai chierici che fossero a tutti modelli d'obbedienza.

Sopravveniva intanto la festa del Santo Titolare dell'Oratorio di Valdocco. Abbiamo già detto che per stimolo e guiderdone alla buona condotta dei ricoverati aveva D. Bosco introdotto una lodevole pratica, che rimase in vigore per molti anni: e fu la premiazione ai creduti migliori, per voto comune. La distribuzione di questi premii facevasi per ordinario nella sera della festa di S. Francesco di Sales agli studenti ed artigiani. La settimana innanzi ognuno degli alunni notava sopra un foglio di carta il nome di un dato numero di compagni, che a suo giudizio parevangli di più specchiata condotta religiosa e morale. Tra i votanti non poteva esservi precedente accordo e non rendevano ragione del loro voto. I Superiori non s'immischiavano, neppure col consiglio in tale votazione, ed era perfettamente libera. Quei fogli, sottoscritti, erano consegnati a D. Bosco. Egli ne faceva lo spoglio, e i sei, otto, dieci ed anche più giovani che ricevevano più voti, ossia che si trovavano più volte degli altri scritti nelle singole liste, venivano letti in quella sera e premiati solennemente con qualche libro, alla presenza di tutti, Superiori e alunni. È  degno di considerazione che il giudizio dato dai compagni riusciva ogni volta così giusto ed assennato, che migliore non sarebbe riuscito quello dei Superiori medesimi. Non si vide mai premiato un immeritevole, e gli impostori, per quanto fini, non ebbero mai fortuna. Nessuno infatti è più atto a conoscerci di chi ci frequenta, ci usa insieme alla famigliare e, senza che ce ne accorgiamo, osserva le azioni e le parole nostre. Questa premiazione dopo tre soli mesi d'entrata dei giovani nell'Oratorio, non era solo di grande eccitamento ai buoni, ma un avviso e una rivelazione per quelli che non avevano avuto alcun suffragio.

In tale plebiscito però, in quest'anno, ma solo per unica eccezione, era stata introdotta una novità: cioè, gli alunni diedero i loro voti anche ai chierici.

   Si legge in un registro autografo di D. Bosco: “ In quest'anno nella solenne distribuzione dei premi fatta nel giorno di S. Francesco di Sales tra i chierici vennero compresi per eccezione, Rua Michele e Rocchietti Giuseppe. Fra gli studenti, onorati della premiazione, furono Bellisio, Artiglia, Cagliero. Tirarono le sorti: Turchi Mag., Savio Angelo, Pepe L. Comollo ”.

   In questo registro è notato il voto della condotta morale di tutti i giovani della casa, che erano 76, dal 1° novembre 1853 al 10 agosto 1854. Il voto migliore vi è espresso con io decimi. Vi si legge anche il voto com­plessivo mensile intorno alla condotta morale, religiosa, scolastica dei chierici; fra questi compariscono oltre Marchisio Domenico alcuni non ancora da noi nominati e sono: Olivero Giuseppe, Luciano Giovanni, Viale Luigi. La ragione per la quale due chierici deposero la veste talare è svelata dai voti progressivamente scadenti col­l'avanzarsi dell'anno, e da una spiegazione di D. Bosco stesso. Furono particolarmente negligenti nell'intervenire alle pratiche perdettero mollo tempo senza studiare, furono poco edificanti nel discorrere e nel trattare.

   Anche i voti della condotta dei chierici erano a quando a quando letti in pubblico ne' giorni stabiliti insieme con quelli de' giovani. E nessuno se ne offendeva o facevane le meraviglie. L'Oratorio era il regno della vera democrazia. Chierici, studenti, artigiani si trattavano a vicenda con fratellevole famigliarità, dandosi del tu non solo allora, ma quando, divenuti uomini, sembrava che le differenze sociali dovessero esigere mutazione di linguaggio. Il verace affetto non soffre mutazione, e tale era quello che veniva loro ispirato dall'eroica carità di D. Bosco, costante, generosa, pronta ad ogni sacrificio per i suoi figliuoli. Godeva se essi godevano, soffriva se essi soffrivano, piangeva al loro pianto, era fortunato nelle loro fortune; persino si infermava, se essi cadevano ammalati. Poteva asserire con S. Paolo: Quis infirmatur et ego non infirmor? Anzi egli diveniva infermo perchè guarissero. Nei primi anni dell'Oratorio tutte le volte che un giovane era assalito da febbre, da male di denti, o dolor di capo, o spasimi di viscere, egli si recava innanzi al Signore supplicandolo a togliere dall'affanno il povero giovanetto, mandando a lui quella penitenza. Ed era ascoltato.

   Quando un giovanetto si sentiva male, dicevagli:

Su, fatti coraggio; io prenderò per me una parte del tuo male. - Egli proferiva queste parole ridendo, ma poi era assalito da un male di capo, o mal d'orecchi, o male dì denti terribile, e il giovane all'istante sentivasi perfettamente libero. Dopo qualche anno però avendo provato che se non era sano non poteva più adempiere a' suoi doveri, e che era necessaria la sua presenza pel buon andamento di tanti affari e dell'Oratorio, stabilì di non più pregare per simile motivo. - Io era pazzo! diceva ai giovani, nascondendo per quanto poteva la sua virtù; ma quelli conoscevano quanto questo buon padre li amasse, mentre egli continuava a chiamar pazzia quest'atto eroico di carità.

  Un giorno vide un giovane tormentato da un così atroce dolor di denti, da lasciarsi andare ad atti di frenesia. D. Bosco gli disse: - Sta di buon animo: io andrò a pregare acciocchè il Signore dia a me una parte del tuo male. - Il giovanetto rispose che non voleva assolutamente veder patire D. Bosco, ma il buon superiore mantenne la parola.

   Venuta la sera, appena ebbe mangiato, D. Bosco sentissi assalito da mal di denti che gli andava ognor crescendo, a segno che dovette chiamar sua madre e dirle: - Per carità non mi abbandonate, perchè io temo di gettarmi giù da qualche finestra. Questo mio dolore ho paura che mi tolga il cervello. - Tuttavia, come era solito a fare, non si pentì del suo sacrifizio, non volle chiedere al Signore d'essere liberato da quel tormento, e assoggettossi alle conseguenze della sua offerta.

   La buona Margherita era in angustie e non sapeva che fare, nè qual rimedio trovare. D. Bosco passò a questo modo una parte della notte, finchè il dolore acutissimo essendo venuto insopportabile, chiamato il giovane Buzzetti, pregollo ad accompagnarlo da qualche dentista. Andarono adunque in cerca e videro sovra di un uscio l'insegna di Camusso, dentista del Re. Bussarono e la porta venne loro aperta, ma un ragazzo che si era presentato disse che il signor Camusso a quell'ora si trovava a letto.

   - Chiamatelo, disse D. Bosco; vedano se può venire a farmi un'operazione: sono così tormentato!

   - Allora venga pure avanti, rispose quel garzone: mio padre sa che cosa è questo male e si leverà facilmente.

   Difatti il signor Camusso venne; esaminò i denti, ma nulla vide di guasto: erano tutti sani. Solamente tutta la mascella era infiammata sopra ogni dire.

   - Che fare? disse il dentista: non ci resta che tentare l'estremo rimedio, come si fa in una botte, il cui liquore fermenta. Facciamo l'esperimento di cavare un dente.

   La prova era difficile, dovendosi strappare un dente sanissimo e ben compatto cogli altri; ma in quello stato in cui D. Bosco si trovava se gli sarebbe fatti strappare tutti. Non temendo di sentir maggior dolore di quello che già provava, si assise, e di un colpo il dente fu strappato il dentista fece bensì più delicatamente che potè, ma Don Bosco svenne e gli si dovette somministrare alcuna cosa per farlo rinvenire.

   Uscito di là se ne ritornò a casa, e il dolore, scemato, in breve lo lasciò libero del tutto. Anche il giovanetto era guarito.

   Ma di tanta generosa carità di D. Bosco, fu certamente premio segnalato il dono delle guarigioni, che fu continuo finchè visse. D. Turchi Giovanni, testimonio oculare, in un suo manoscritto dei primi tempi ci racconta più fatti, meravigliosi di vario genere operati da D. Bosco, assicurandoci che ebbe riguardo alle date, per quanto gli fu possibile, e alla esattezza delle cose che narra, amando meglio a tal proposito smettere forse cose vere, ma incerte, che registrar le dubbie, benchè forse avvenute, a detrimento della verità. Noi di questo già ci siamo giovati nei volumi precedenti e ci gioveremo ancora nel procedere del nostro racconto, in specie narrando di guarigioni, riportandole all'anno nel quale accaddero. Per ora ci, limitiamo a due.

   Prima del 1850 un giovane, che frequentava l'Oratorio festivo, ammalò in una gamba che venne in suppurazione con buchi da dar ribrezzo per la tabe che ne scaturiva. La cancrena minacciava. I suoi parenti mandarono a chiamare D. Bosco, il quale non tardò ad andare, e dolenti gli dissero come i medici trattassero di fare l'amputazione.

   - No, rispose loro D. Bosco, non si farà. Abbiate fede e non si farà.

Quindi invitò il giovane a fare alcune promesse e lo benedisse, invocando S. Luigi Gonzaga e Luigi Comollo. L'indomani giunge il medico, visita la gamba ed era guarita, rimanendo tuttavia i buchi.

   Il giovane si alzò e la gamba continuò a dolergli alquanto, ma solo nei cangiamenti dì atmosfera. Egli però essendo stato, dopo breve tempo, infedele alle sue promesse, tornò ammalato come prima. D. Bosco andò a visitarlo ed intuì tosto il motivo della ricaduta. Allora, fattegli rinnovare le promesse, di nuovo lo benedisse e l'infelice guarì.

   Nel 1853 un giovane studente, G. Turco, una sera d'inverno erasi coricato con una febbre fortissima. Sentiva un gran male in tutta la persona; provava forti smanie, per cui si voltava in tutte le posizioni, senza trovarne una che gli procurasse un po' di requie: e gemeva e si lamentava piangendo. D. Bosco, informatone, dopo cena andò tutto solo a trovarlo, mentre gli alunni facevano ricreazione ed attendevano agli esercizi di canto. Colle sue dolci maniere gli infuse una gran calma, lo esortò ad aver viva fede in S. Luigi, facendogli' fare a questo amabile Santo una promessa speciale. Infine lo benedisse invocando S. Luigi e lo lasciò augurandogli amorevolmente la buona notte. Quel che successe l'infermo non seppe dirlo e non ricordò più altro. Si addormentò all'istante tranquillo tranquillo, sudò, e al mattino si svegliò dopo un sonno solo, trovandosi perfettamente guarito. D. Bosco, sempre curante della sanità de' suoi alunni, appena uscì di chiesa, domandò nuove dell'infermo, ed ebbe per risposta: - Turco è cogli altri che mangia allegramente la sua pagnotta. - Il giovane stesso raccontò: Io tanto allora come poi ho sempre stimato l'improvvisa cessazione de' miei mali come una cosa straordinaria.

Ma non sempre il Signore giudicava essere conveniente una subitanea o affrettata guarigione, ed allora in altro modo manifestavasi la carità di D. Bosco.

   “ Se un giovanetto ammalavasi, D. Bosco facevalo trasportare nella camera destinata per infermeria ed usavagli e facevagli usare una diligente assistenza con molti riguardi, come io stesso ne feci la prova ”; ci narrava il Teol. Savio Ascanio. “lo provai le sue cure direi materne quando fui colpito dal tifo ”, ci ripeteva il Can. Anfossi. D. Bosco, sebbene occupatissimo, non tralasciava di visitare i suoi infermi, ed affrettavasi subito se il caso era grave. Chiamava il medico e lo conduceva egli stesso al loro letto. Gli stavano così a cuore, che non potendo talora recarsi da essi, ne domandava sovente notizia, s'informava se eransi provviste le medicine, e ripeteva l'ordine che loro non si lasciasse mancar nulla. Soleva dire: “ Si faccia economia in altre circostanze, ma agli infermi si provveda quanto è necessario ”. Se il fanciullo peggiorava, egli, occorrendo, stava presso di lui non solo di giorno, ma anche lunghe ore di notte, e sopratutto si adoperava perchè ricevesse i santi sacramenti per tempo e colle dovute disposizioni. Le sue maniere erano così incantevoli, le sue parole così affettuose e piene di santa unzione, da parere che gli ammalati più non sentissero pena. “ Era voce comune di tutti, noi, dissero D. Turchi e Mons. Cagliero, che dolce sarebbe stato il morire nell'Oratorio, purchè si avesse l'assistenza dei nostro caro padre ”.

   Quando erano in convalescenza, raccomandava al Prefetto di usar loro riguardi nel cibo, di servirli eziandio di vino generoso, e li interrogava con premura per conoscere il loro stato. “ Egli era fatto così, diceva Enria, dimenticava se stesso per pensare a noi ”.

 

 

 

 

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