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Capitolo 2

Margherita Occhiena, madre di D. Giovanni Bosco - Sua giovinezza - Suo carattere - Tempi burrascosi - Virtù esimie di questa donna.


Capitolo 2

da Memorie Biografiche

del 29 settembre 2006

 

 

 

Mentre nero si addensava il turbine della rivoluzione sulla Chiesa Cattolica e lo sguardo umano esterrefatto non iscopriva raggio di speranza, l'occhio divino, che scruta i cuori, deliziavasi in contemplare migliaia e migliaia di anime, sconosciute al mondo, le quali colla preghiera e colla vita cristiana cooperato avrebbero a' suoi trionfi sull'empietà. Erano desse le madri cattoliche, le quali, mettendo nel cuore dei loro figli il germe della santità, li avrebber fatti degni della missione per la quale Iddio li creava. Si leggano le vite dei Santi e si vedrà per regola generale chiaramente affermata questa verità. E il secolo XIX ha tale ricchezza di eroi cristiani, da non essere inferiore a nessuno dei secoli precedenti.

 

Una di queste anime, che Dio mirava con predilezione, fu certamente Margherita Occhiena, la madre di D. Giovanni Bosco. Sua patria fu Capriglio, paese di circa 400 abitanti, della Diocesi di Asti, posto in mezzo ad un piccolo altipiano circondato da vette di vaghe colline, in un territorio ricco di boschi, lontano sei miglia da Chieri. Nacque da Melchiorre Occhiena e Domenica Bossone il 1° aprile 1788, e nello stesso giorno fu presentata al Sacro Fonte. I due genitori, di condizione contadini, discretamente provveduti di beni di fortuna, possedevano tuttavia la più grande di tutte le ricchezze, cioè il santo timor di Dio. Il Signore aveva benedetta la loro unione, e Margherita fu la terzogenita di cinque tra fratelli e sorelle. Gli esempi e gli ammonimenti del padre e della madre impressero in questi teneri cuori tale un sentimento del proprio dovere, che eziandio negli anni più caldi per fuoco di gioventù altro non vollero, se non ciò che voleva Iddio.

 

Paurose furono le prime impressioni che Margherita ebbe nella sua fanciullezza. Contava nove anni, e nel mese di luglio 1797 da Asti e da Chieri si udivano prolungati i rintocchi delle campane a martello. Gli emissarii francesi e i settarii piemontesi, protetti dall'ambasciatore di Francia in Torino, avevano sollevata a ribellione la feccia della plebe contro il legittimo Re Carlo Emanuele IV, proclamando il governo repubblicano. Ma accorrevano i contadini in aiuto delle regie truppe. In Chieri trenta rivoltosi furono subito passati per le armi, e nove altri per condanna subivano l'estremo supplizio. In Asti si eseguirono quattordici sentenze capitali.

 

Nell'anno seguente i borghigiani dell'Astigiano fremevano per rabbia, e nel segreto delle loro case imprecavano ai francesi, per avere costoro occupata la cittadella di Torino con prepotenza inaudita e costretto nei modi più villani il loro Re ad abdicare ed a ritirarsi in Sardegna; e nei primi giorni del 1799, rendendosi insopportabile il governo democratico, al grido di Viva il Re! si armarono e marciarono verso Asti. Ma i francesi di guarnigione facilmente li respinsero, li rincorsero nelle cascine e nei villaggi e moltissimi ne fucilarono presi colle armi alla mano. Quanti terrori e quanti lutti nelle famiglie! Poco dopo un'indignazione più grande, una compassione più viva trafisse i cuori cattolici. Passando per Casal Monferrato, Alessandria, Crescentino e Chivasso, nella notte dai 24 ai 25 aprile giungeva dalla Toscana nella cittadella di Torino Pio VI prigioniero, accompagnato da un commissario della Repubblica. In età di 82 anni, giaceva estenuato talmente di forze, da lasciar temere della sua vita. Era condannato dal Direttorio ad andare a Valenza nel Delfinato, attraversando le Alpi fra alte nevi e ghiacci e sull'orlo di orridi precipizii.

 

A questi dolori si aggiungevano le strettezze prolungate e persistenti, tra le quali vivevano le popolazioni del Piemonte, prima a cagione del proprio Sovrano, che necessitava di uomini e di danari per respingere gli eserciti francesi, e poi da parte dei francesi vincitori, bisognosi di tutto e avidi di ricchezze. La guerra incominciata nel 1792 era stata sospesa dall'armistizio di Cherasco il 28 aprile 1796. Fu un continuo esigere di tributi gravissimi, d'imposte straordinarie, di prestiti forzati, di doni gratuiti intimati con decreti, di multe dai comuni o dagli individui riluttanti, di enormi taglie di guerra. Eransi bandite leggi che diminuivano il valore della carta moneta, che confiscavano quasi tutti i beni ecclesiastici, che obbligavano i ricchi a comprare i beni nazionali. Le requisizioni di cibarie e vestiarii per le truppe, la scarsità di derrate, l'epidemia negli armenti e nelle popolazioni eran cagione di nuove angoscie.

 

La famiglia Occhiena risentivasi certamente di tante pubbliche sventure, ma la confidenza in Dio e la buona riuscita della figliuolanza le era di grande conforto. Margherita, alla scuola di sua madre e in mezzo a tante strettezze, dava sicura speranza di riescire un'eccellente massaia.

 

Benchè fanciulletta, aveva diviso tutto il suo tempo fra la preghiera ed il lavoro. La chiesa, ove andava a compiere i doveri religiosi, coll'assistere alla Santa Messa, col frequentare i SS. Sacramenti, coll'ascoltare la parola di Dio, era il luogo delle sue delizie, il centro delle sue affezioni. Dalla natura era stata fornita di una risolutezza di volontà che, coadiuvata da uno squisito buon senso e dalla grazia divina, dovea farla riuscire vincitrice di tutti quegli ostacoli spirituali e materiali che avrebbe incontrati nel corso della sua vita. Regolando ogni sua azione secondo la legge del Signore, solo con questa poneva limiti alla sua libertà. Quindi, retta nella coscienza, negli affetti, ne’ pensieri, sicura nei suoi giudizi intorno agli uomini ed alle cose, spigliata nei suoi modi, franca nel suo parlare, non sapeva che cosa fosse esitare o temere in ogni incontro di leggiera o di grave importanza.

 

In una borgata vicina abitava un uomo, che tutti osservavano ed ammiravano per la straordinaria altezza e grossezza della persona, unita a regolari e belle forme. Quando egli passava per le vie, la gente usciva per vederlo ed i fanciulli gli tenean dietro come si suole a cose straordinarie. Il gigante era non poco annoiato da quella insistente curiosità, e un giorno che Margherita stava come incantata a contemplarlo, rivoltosi a lei e avvicinandosi: - Ma per bacco! esclamò; non son più padrone di me stesso? Non posso più andare ove mi pare e piace, senza essere da tutti osservato? Su, a voi! Non vi lascierò in pace, finchè non mi abbiate detto per qual ragione mi squadriate tanto da capo a piedi. - Margherita, senza ritirarsi nè scomporsi, gli rispose: - Per la medesima ragione, per cui un cane osserva stupefatto un Vescovo; e se vi può guardare un cane, con quanta maggior ragione vi potrò rimirar io, che in fine dei conti sono qualche cosa più di un cane. - Risposta ben franca per una giovinetta di quell'età!

 

In tutte le sue azioni ella spiegava una simile energia. Un fatto abbastanza grazioso la dipinge al vivo. Nel 1799 l’esercito austro-russo, ritolta ai francesi la Lombardia, occupava il Piemonte in nome del Re di Sardegna, trattandolo però come paese dì conquista, cosicchè non fu mai visto tanto squallido come in quell'anno. Aumentavansi i tributi già esorbitanti, si chiamavano i giovani sotto le armi, si escludevano dai pubblici uffici, o si colpivano di ammende, o si incarceravano moltissimi, rei di aver parteggiato o per amore o per forza per la Repubblica. A Castelnuovo d'Asti, non molto distante da Capriglio, i gendarmi immanettavano il Vicario foraneo, D. Giuseppe Boscasso, e lo conducevano a Torino, con tre altri sacerdoti catturati in Asti, il Vicario generale, un Canonico e il Priore dei Serviti. Settanta preti, per accuse politiche, presi nelle loro chiese e alcuni mentre confessavano, incatenati a due a due, esposti agli insulti della plebaglia, a piedi, erano stati tradotti da Torino alla cittadella d'Alessandria. I viveri intanto scarseggiavano, il frumento costava l'enorme prezzo di 20 lire l'emina, e l'Austria vietava l'esportazione del grano dalla Lombardia. Per tutte queste cause gli abitanti della campagna avevano perduta la fiducia nei nuovi magistrati, che rappresentavano così male il governo del Re, e poco mancava che perdessero l'antico affetto per Casa Savoia: contro gli alleati però la loro irritazione era al colmo.

 

Margherita, benchè non sapesse odiare, non poteva non risentirsi della generale indignazione. Era il mese di settembre 1799, la stagione del raccolto della meliga, e questa stava distesa per disseccare al sole nell'aia innanzi alla casa Occhiena, quand'ecco giungere uno squadrone di cavalleria tedesca. I soldati fecero sosta nel campo vicino, e i cavalli liberati dai freni vennero in mezzo alla meliga. Margherita, che faceva la guardia all'aia, nel vedere quell'invasione nella sua proprietà, alzando la voce, tentava di allontanare i cavalli spingendoti e percuotendoli colle mani. Ma quelle bestie poderose non si muovevano e continuavano a cibarsi avidamente di così lauto foraggio. Allora volgendosi imperterrita ai soldati, i quali al di là del fosso la miravano ridendo del suo agitarsi e de’ suoi vani sforzi, incominciò ad apostrofarli nel suo dialetto, perchè non facessero miglior guardia ai loro cavalli. I soldati che nulla capivano del suo linguaggio continuavano a ridere, ripetendo di quando in quando: - Ja ja.

 

- Voi ridete? proseguiva Margherita colle mani sui fianchi; a voi poco importa che i cavalli consumino il nostro raccolto, che vale quattordici lire e mezzo all'emina! A voi nulla costa questa meliga, ma noi ci abbiamo sudato attorno tutto l'anno! Che cosa mangeremo noi quest'inverno, con che cosa faremo la nostra polenta? È una prepotenza la vostra! Volete condur via sì o no questi cavalli?

 

- Ja ja, replicavano i soldati.

 

A Margherita, che intendeva benissimo come i soldati la mettessero in canzone, quel monosillabo dava ai nervi. Quindi a poco a poco si era scaldata. Alcuni soldati fattisi avanti le parlavano in tedesco, lingua che essa intendeva, come i soldati capivano il suo piemontese. Margherita allora, per rendere loro la pariglia, prese a rispondere con un altro monosillabo che in dialetto piemontese significa affermazione, ma in modo canzonatorio - bo bo! - S'intrecciò così un dialogo, nel quale si rinnovava la scena di colei che interrogata: dove vai? rispondeva: porto pesci. Nello stesso tempo veniva eseguito un magnifico duetto. Di qui si scherniva col ja ja, di là si ripeteva: bo bo; e il bo e il ja s'intrecciavano fra le risa sguaiate dei soldati. Margherita finì col perdere la pazienza e concluse: - Sì, sì: bo e ja, bo e ja; sapete voi che cosa fa? fa boia, quali siete voi, che devastate i nostri campi e rubate i nostri raccolti. - Era questa una dichiarazione di guerra in tutta forma. Margherita, vedendo infatti che le parole non giovavano e la sua meliga continuava a scomparire, corse a prendere il tridente e prima col manico incominciò a percuotere or l'uno ora l'altro cavallo; poscia, accorgendosi che non si risentivano di quelle offese, rivolse la sua arma e colle punte di ferro prese a punzecchiarli nei fianchi e a stuzzicarli nelle narici. I cavalli allora s'impennarono e fuggendo si allontanarono dall'aia. I soldati, che in altra circostanza non avrebbero in quei tempi di guerra lasciato il vezzo di spadroneggiare, andarono a prendere i loro cavalli sbandati e li legarono agli alberi di un prato poco lontano. Sarebbe stata infatti cosa ridicola venire a contesa con una ragazza di undici anni. Ma la vittoria riportata da Napoleone, primo Console, a Marengo, il 14 giugno 1800, costrinse gli austriaci a sgombrare dal Piemonte, il quale divenne provincia francese. I Subalpini ebbero pace. Da quei punto nessun esercito nemico invase più le loro terre. Le bande di briganti, composte di malfattori, di disertori dalle file degli eserciti, di gente fuggita dalle prigioni, che in tanto disordine civile stavano sicure di non esser colte, allora furono inseguite da ogni parte. Per più anni erano passate di comune in comune, quasi ogni giorno, rubando, incendiando, uccidendo. I contadini, pieni di paura, per andare da un luogo all'altro si univano in brigate e non si avventuravano ad attraversare i boschi in allora molto frequenti e molto estesi; non osavano lasciar sola la famigliuola in casa; e prima di sera si affrettavano al proprio focolare: nelle borgate piccole, come Capriglio, gli abitanti facevano talora la guardia bene in arme. Morte sicura v'era su chi fosse caduto in sospetto di delazione. Uno dei più terribili capi di quelle masnade era Mayno della Spinetta, terra vicina ad Alessandria. I commissarii francesi, recatisi ad alzar tribunale nei luoghi più infestati, tanti ne incarcerarono ed inesorabilmente ne uccisero, che in tutto il tempo che durò l'Impero non vi fu alcuno che osasse ritentare le ladre imprese. Cessarono eziandio gli arbitrii inconsulti dei Prefetti alle provincie; la ferrea volontà di un uomo solo avea imposto ordine perfetto nell'esazione dei tributi e nelle amministrazioni dello Stato.

 

Avvenimenti mai più preveduti rallegrarono allora il cuore dei buoni piemontesi. Nel 1803 si celebrò in Torino il cinquantenario del Miracolo Eucaristico, accaduto nel 1453. Erasi ristorata splendidamente la Chiesa del Corpus Domini, e nella piazzetta innanzi alla porta si innalzò un ampio padiglione. Predicarono i migliori oratori, sfilò la processione col SS. Sacramento, portato da Mons. Valperga di Masino, già Vescovo di Nizza. Parteciparono alla solennità il Municipio e la guarnigione francese. La morte istantanea di un disgraziato nell'atto che insultava alla pietà dei torinesi accorrenti alla festa, da lui chiamata per dileggio del mulo, infuse terrore e più vivi sentimenti di fede in Torino e nella provincia.

 

Il 12 novembre 1804, Pio VII in viaggio per andare a Parigi ad incoronare Napoleone col diadema imperiale, passando per Asti giungeva a Torino, accolto con vivissimi applausi e feste. Ritornando da Parigi, vi rientrava il 24 aprile 1805, vi si fermava tre giorni e benediceva un popolo immenso dalla loggia del palazzo reale. La famiglia Occhiena, secondando l'impulso della religione e l'esempio dei terrazzani di tutti i paesi all'intorno, non doveva ristare dal recarsi a Torino per vedere il Papa. Margherita entrava allora nei 17 anni, e credo che in questa occasione ella si accendesse di quell'amore al Papa, che seppe poi così bene trasfondere nei suoi figli. E questo divenne più tenero per la compassione che provò quando il 17 luglio 1809 Pio VII, strappato dal suo palazzo del Quirinale per ordine di Napoleone, scortato in una carrozza dai gendarmi a cavallo, sostava al mattino un'ora e mezzo nel Castello del Barone Rignon a Ponticelli tra Santena e Chieri, per poi avviarsi a Grenoble. Non poteva essere altrimenti in una giovane piena di fede e di costumi illibati, che era pure disdegnosa di cedere a qualunque rispetto umano.

 

Questa franchezza di carattere fu sempre una sicura salvaguardia alla sua virtù, perchè unita ad una prudenza che non lasciavate porre il piè in fallo. Bene spesso le giovanette sue amiche venivano nei giorni di festa ad invitarla a qualche amena passeggiata per quelle colline e per quei valloncelli. Sembrava loro cosa ben giusta un po' di ricreazione dopo sei giorni di faticosi lavori. Margherita però non potea soffrire di trovarsi lontana dagli occhi de’ suoi genitori ed aveva, sempre in pronto la sua ragione per rifiutarsi a quell'invito. - Vedete! diceva alle compagne: la mia passeggiata io l'ho già fatta: sono andata fino alla chiesa. È una via abbastanza lunga, e non mi sento forze per andare più in là. - E per queste istanze e preghiere le facessero, non riuscirono mai a rimuoverla dal suo proponimento. Essa in quell'età non conosceva altra via fuor di quella che menava alla chiesa, dalla quale in vero era alquanto distante la sua abitazione.

 

Tutti sanno quali attrattive hanno per le popolazioni dei villaggi le sagre dei dintorni, e come la gioventù si lasci facilmente trascinare a prender parte, se non altro come spettatrice, alle danze che sogliono aver luogo in simili occasioni e protrarsi fino a notte avanzata. Non è mai abbastanza lamentato il danno che recano alla virtù queste profane costumanze. Or dunque alcune fanciulle di Capriglio, spensierate ed avide di divertimenti, dopo essersi abbigliate il meglio che potessero e sapessero, andavano talora ad invitare Margherita. Alle loro voci essa usciva sulla soglia, e le amiche: - Vieni, Margherita, vieni in nostra compagnia. - Margherita le squadrava da capo a piedi, e dopo un oh! di meraviglia per i loro abbigliamenti, con un sorriso leggermente sardonico chiedeva: - E dove volete condurmi?

 

Al ballo! vi sarà tanta gente; vi è una bella musica; passeremo la sera allegramente! - Margherita si faceva seria e fissandole in volto rispondeva con queste sole parole: - Chi vuol giuocare col diavolo non potrà godere con Gesù Cristo! - Detta questa perentoria sentenza, ritiravasi in casa, lasciandole così sbalordite, che qualcuna, in vece di prendere la via della sagra, riprendeva quella della propria abitazione.

 

Ma sovratutto la buona figliuola era schiva di intrattenersi con persone di altro sesso. Alla domenica alcuni giovanotti aveano preso il costume di andarla ad aspettare sulla porta di casa, per accompagnarla allorchè usciva per avviarsi alla chiesa. Ciò le dava una gran noia, perchè sovente era costretta ad uscir sola, essendole stata affidata la custodia della casa, mentre gli altri della famiglia eransi recati in sull'alba a compiere i doveri del cristiano. Rincrescevale tuttavia usar parole scortesi con quegli importuni, conoscendo come a nulla avrebbero approdato, che anzi avrebbero dato loro appiglio per ridere e per berteggiare, e forse anche li avrebbero incitati a venir più numerosi sulla sua strada. Cercò dunque un ripiego che, senza farsi scorgere, la liberasse da quegli ineducati: usciva di casa molto tempo prima dell'ora solita. Per alcune domeniche le venne fatto di ottenere il suo intento; ma gli altri, conosciuta quell'astuzia, presero ad anticipare anch'essi la loro venuta. Margherita allora pregò qualche buona donna delle vicine masserie a volerla accompagnare; ma tal fiata accadeva che costei, rattenuta a casa dai doveri di famiglia, non potesse prestarle quel servizio. Allora come fare? Margherita non si sgomentava per così poco. Non potendo schivare que’ ganimedi, salutata li risalutava, accettava l'offerta compagnia, e quindi si metteva a camminare con passo così rapido e risoluto, che gli altri erano costretti a seguirla correndo e facendo una ridicola figura presso quanti li vedevano. Stanchi e trafelati finivano con restare indietro dicendo: - Non vogliamo romperci i fianchi e i polmoni. - Margherita, ridendo in cuore del suo ritrovato, giungeva sola alla chiesa e, ascoltata la S. Messa, cercavasi tra la folla una compagna per ritornare a casa. La sua scelta cadeva quasi sempre sopra una vecchia, gobba, storpia, stizzosa, pronta a mostrare i denti a chiunque le desse noia e molestia, e messasi al suo fianco, rifaceva la via dei campi.

 

Si legge nell'Ecclesiastico: “Fórmati dentro di te un cuore di buon consiglio, perocchè altro non puoi averne più da stimarsi di questo. L'anima di una persona pia scopre talora la verità (nella pratica morale) meglio che sette sentinelle che stanno in luogo elevato. Ma sopra tutto invoca l'Altissimo, affinchè addirizzi i tuoi passi secondo la verità (XXXVII, 17 - 19)”. Margherita, coi precetti del Catechismo, aveva corroborato il suo cuore e modellate le sue azioni secondo questi divini consigli, e riuscendo perciò ad evitare ogni pericolo, passò immacolata la sua giovinezza.

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