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Capitolo 18

1855 -Discussione nella Camera dei Deputati sulla legge d'incameramento - Morte della Regina Maria Teresa - Avviso al Re - Morte della Regina Maria Adelaide - Testimonianza della predizione di queste due morti - Una carità generosa e prudente guadagna a D. Bosco potenti protettori - Giovani raccomandali dai Ministri e dalla Casa Reale - Prediche a Villastellone - Anche viaggiando D. Bosco attira anime a Dio.


Capitolo 18

da Memorie Biografiche

del 28 novembre 2006

 Incominciamo l'anno 1855, e proseguendo ad esami­nare la vita di D. Bosco, passeremo di meraviglia in meraviglia. Il professore sacerdote D. Turchi Gio­vanni, spettatore giudizioso dei fatti nei primi tre lustri dell'Oratorio, e alunno, volle ricordarne alcune in varie sue pagine, loro premettendo un'osservazione, eco della testimonianza de' suoi compagni. “ Quando Dio, così egli esprimevasi, è largo de' suoi doni verso qualche uomo, e lo eleva al grado della santità, ciò fa principalmente per manifestare la sua gloria; la quale, se risplende mirabilmente nella vita dei Santi finchè sono in vita, non è a dire in quale immensa proporzione cresca, allorquando, passando questi agli eterni gaudi, sogliono i posteri leggerne scritte le memorabili e sante gesta, lodare Dio, che di ogni dono è dispensatore, e calcare le vie dai suoi servi fedeli battute; per cui camminando si migliorano gli uomini, si moltiplicano i santi, e si riscuotono i popoli alla ricerca del vero bene. Là onde il dovere che a tutti incombe di promuovere la gloria di Dio, quello è che mi spinge a dar di piglio alla penna, e registrare alla meglio che mi fia possibile quelle cose, che mi paion più luminose e degne di menzione intorno alla vita di D. Giov. Bosco, mio venerato superiore, acciocchè non vadano sepolte nell'oblio tante azioni degne non so se più d'essere ammirate o imitate”. Noi facendo nostra questa dichiarazione, ripigliamo il corso degli avvenimenti.

   Il progetto di legge contro i conventi non era stato ancor discusso nella Camera dei Deputati; tuttavia se ne era già discorso in due sedute in quella cioè del 27 dicembre e del 2 gennaio. All'Arcivescovo di Genova ed ai Vescovi dì Annecy e di Morienna, che erano andati a Roma, il Ministero aveva caldamente raccomandato, se la cosa fosse parsa loro possibile, di procurare pratiche colla S. Sede, per la cessione allo Stato di beni ecclesiastici. Ma erano lustre. Si voleva ad ogni costo conculcare i diritti della Chiesa. Il S. Padre erasi mostrato disposto a venire in aiuto delle finanze del Piemonte, e poneva condizioni molto ragionevoli a questa concessione. Il Governo però per tutta risposta aveva mandato a Roma una copia della proposta di legge: il che fu come rompere evidentemente ogni pratica per tutta la durata del presente Ministero. Intanto da tutte parti giungevano petizioni al Parlamento, perchè rigettasse la legge. Due indirizzi dell'Episcopato del regno, per dignità e forza di ragionamento degni veramente dei personaggi che li sottoscrissero, furono presentati alle Camere.

   I Cattolici, che potevano avere influenza nella cosa pubblica, si andavano preparando alla lotta. A quando a quando alla sera, personaggi fra i più segnalati di Torino andavano al Convitto Ecclesiastico e si intrattenevano a conferenza con D. Cafasso, durante la cena dei convittori. Venivano a lui per rassodare le loro convinzioni, armarsi di coraggio, e ricevere da' suoi lumi un indirizzo esatto a fine di evitare seduzioni ed inganni. D. Cafasso, stando sempre nel giusto termine, sapeva indicare con precisione il da farsi, ed a tutti raccomandava l'unione, l'obbedienza, il rispetto al Papa e la fermezza nell'adempimento dei doveri di buon cristiano. Erano, tutti costoro, amici di D. Bosco; fra questi il Marchese Fassati, il quale conosceva ciò che D. Bosco metteva in opera in quei giorni per la buona causa, e certamente non senza intesa con D. Cafasso. Anche il Conte Clemente Solaro della Margherita veniva ogni settimana da quel santo Direttore per attingere la fortezza d'animo colla quale poi sosteneva i diritti della Chiesa nella Camera Subalpina.

   Intanto il 9 gennaio 1855 nella Camera dei Deputati si poneva mano alla discussione sull'incameramento dei beni ecclesiastici. Sulle bocche dei liberali risuonarono queste pellegrine frasi: - La podestà civile ha diritto d'ingerirsi nella proprietà ecclesiastica, quando con quella non, si ottiene più il suo fine. La Chiesa non ha diritto di possedere. Sui beni della Chiesa han diritto i poveri, e quando la nazione è povera doversi questa rifare su di essi. Le comunità religiose devono riconoscere la personalità civile unicamente dalla sovranità del paese cui appartengono. - Il Conte della Margherita confutò con eloquenza e coraggio senza pari tutti quegli spropositi, e non temè di qualificare la proposta di Rattazzi per un sacrilego latrocinio, e conchiuse il suo caldo discorso presagendo guai al Piemonte, se la legge fosse approvata. Altri deputati e il giornalismo cattolico, l'Armonia di Torino e il Cattolico di Genova, combattevano valorosamente quel progetto.

  Le cose trovavansi in questi termini quando un doloroso avvenimento sopraggiungeva ad interrompere la discussione. Il 5 gennaio la Regina Madre Maria Teresa quasi improvvisamente erasi ammalata, e benchè nella notte fosse crucciata da una gran sete non bevette per potersi comunicare il giorno dell'Epifania; ma non si potè alzare. Il Re Vittorio Emanuele scriveva al generale Alfonso La Marmora: “ Mia madre e mia moglie non fanno che ripetermi che esse muoiono di dispiacere per causa mia ”.

  L'augusta inferma moriva il 12 gennaio poco dopo il pomeriggio, in età di cinquantaquattro anni; la Camera per significare al Re la sua mestizia sospendeva i suoi lavori. Grande sventura fu pel Piemonte la perdita di Maria Teresa, che spandeva quotidianamente sugli infelici beneficenze senza numero. Il lutto fu universale, come universali erano le benedizioni che da ogni parte si mandavano alla sua cara memoria.

  Mentre si chiudeva quel feretro, giungeva all'indirizzo del Re un'altra lettera misteriosa, che diceva senza nominare alcuno: “Persona illuminata ab alto ha detto: Apri l'occhio: è già morto uno: se la legge passa, accadranno gravi disgrazie nella tua famiglia. Questo non è che il preludio dei mali. Erunt mala super mala in domo tua. Se non recedi, aprirai un abisso che non potrai scandagliare ”.

   Il Sovrano, letto questo foglio, rimase sbalordito, e in preda a viva inquietudine non poteva più aver riposo.

   L'avv. Enrico Tavallini accenna a questo stato di animo del Re, minacciato dei castighi del cielo da continue lettere di prelati.

I solenni funerali di Maria Teresa si celebrarono la mattina del giorno 16; la salma venne trasportata a Soperga con una temperatura rigidissima che fece ammalare _molti soldati ed anche il Conte di Sangiusto, scudiere della Regina. Ma la Corte non era ancora ritornata dal rendere gli estremi uffizi alla madre di Vittorio Emanuele, che si mandò in fretta ad invitarla affinchè accorresse pel viatico della nuora della defunta. La Regina Maria Adelaide nel punto della morte di Maria Teresa trovavasi nel quarto giorno del puerperio, avendo dato alla luce felicemente un bambino. Ed essa, che tanto amava la suocera, fu colpita da sì vivo dolore, che colta da una metro-gastro-enterite si ridusse a pericolo di vita. Alle 3 pom. le fu portato il Santissimo Sacramento dalla Regia Cappella della Sindone. Folla immensa accorreva in tutte le chiese per il ristabilimento della sua salute. L'intiero Piemonte si associava ben di cuore alle pene della famiglia reale, verificandosi l'antica massima che in Piemonte le sventure del Re sono sventure del popolo. Ma il giorno 20 fu amministrato l'Olio santo alla Regina, e verso il mezzogiorno l'augusta inferma, entrò in agonia; alla sera verso le ore 6 spirava nel bacio del Signore, a soli 33 anni di età.

Nè qui finivano i lutti di casa Savoia. La stessa sera fu dato il Santo Viatico a S. A. R. Ferdinando duca di Genova, già logoro di sanità, fratello unico del Re Vittorio Emanuele era immerso nel più straziante dolore.

   Il giorno 21 la Camera dei Deputati si radunava alle ore tre pomeridiane, e udita la triste notizia della morte della Regina, deliberò di prendere il lutto per 13 giorni e la sospensione delle sedute per 10 giorni.

   I funerali di Maria Adelaide furono celebrati il 24 gennaio e la salma veniva tumulata a Superga.

   I chierici dell'Oratorio erano esterrefatti nel vedere avverate in modo così fulmineo le profezie di D. Bosco, e tanto più ne rimanevano colpiti per essere andati ai singoli accompagnamenti funebri. Circostanza particolare; il freddo era così penetrante, che il gran cerimoniere di corte al trasporto della salma della Regina Adelaide permise al clero di indossare il soprabito e di coprirsi il capo.

   Per l'Oratorio fu anche quella una grande sventura, e i chierici dicevano a D. Bosco: - Ecco avverato il suo sogno. Sono stati proprio grandi funerali come le annunziava il valletto di corte!

     - È  vero, rispose D. Bosco, sono proprio imperscrutabili i giudizi di Dio. E non sappiamo se con questi due funerali sarà paga la giustizia divina.

   D. Bosco infatti doveva, conoscere molto più di quello che non aveva palesato. La contessa Felicita Cravosio-Anfossi ci mandava la seguente testimonianza da lei sottoscritta: “ Correva l'anno 1854 e pregai D. Bosco di accettare nell'Oratorio un fratello da latte di mio figlio, rimasto orlano di padre e di madre. Egli accettollo mediante la condizione che, essendo io ammessa alla Corte, mi fossi presentata alle Regine,:per ottenere dalla loro carità, due mila franchi di cui aveva bisogno, onde poter pagare un debito urgente. Io promisi ed era risoluta di adempiere la mia promessa; ma poi sorsero delle difficoltà che mi fecero differire la visita alle auguste signore, le quali frattanto si erano allontanate da Torino e abitavano allora nella villeggiatura del Conte Cays di Giletta. Andata ancor io in campagna, ritornai alla città in autunno avanzato, e mi recai a trovare D, Bosco, il quale subito mi disse: -Ha accettato il suo protetto, ma lei non ha tenuta la sua promessa: non ha parlato alle Regine del mio debito col panattiere. - È  ben vero, risposi un po' confusa, ma stia certo che appena le Regine saranno di ritorno in Torino, non mancherò di eseguire la promessa fattagli.

   ” Mentre io parlava, D. Bosco faceva col capo un movimento, che indicava negazione, e con un sorriso alquanto mesto mi disse: - Pazienza! Possono accadere tante cose, che lei forse non parlerà mai più alle Regine.

     - Perchè mi dice questo? -Tant'è; lei non vedrà più le Regine.

   ” Dopo una quindicina di giorni trovandomi in una casa patrizia, appresi il ritorno delle Regine a Torino e che la Regina Maria Teresa stava assai male e che aveva ricevuti i Santi Sacramenti. Abbiamo avuto ben presto la notizia della sua morte. Otto giorni dopo morì la giovane Regina Maria Adelaide: tutte e due compiante e venerate come due sante Regine. Allora solamente mi ricordai delle parole del servo di Dio e non dubitai punto del suo spirito veramente profetico ”.

   Intanto un atto gravissimo aveva luogo in quei giorni; l'arrivo in Torino dell'Allocuzione Pontificia del 22 gennaio. Pio IX, con quella franchezza che non gli venne mai meno, dimostrava quanto aveva fatto per alleviare i mali della Chiesa in Piemonte, esponeva i molti decreti coi quali

quel Governo vessava la Religione, provava come la nuova legge d'incameramento fosse del tutto ripugnante al diritto naturale, divino e sociale, e come aprisse la strada agli errori perniciosissimi del socialismo e del comunismo; e ricordava le censure che avrebbero colpiti i fautori dell'ultima legge e chiunque avesse usurpati i beni ecclesiastici.

   Era universale il desiderio di leggere la parola di Pio IX. Il Ministero diviso sulle prime di affettare noncuranza. Il Ministro Rattazzi fe' anzi distribuire ai deputati una copia dell'Allocuzione Pontificia; ma intanto di celato mandò ordini severissimi alle province, acciò intendenti e sindaci processassero quanti parrochi ardissero parlare o alludere semplicemente a quell'allocuzione.

     Il Pontefice però, sempre mite e misericordioso, scriveva il 26 gennaio un'affettuosissima lettera di condoglianza al Re, per la morte delle due Regine, dandogli alcuni moniti qual padre al suo figliuolo.

Nello svolgersi di questi avvenimenti desta sorpresa l'avvisare come il coraggio di D. Bosco, nel fare nota la verità ai governanti, non estinguesse punto in que' giorni l'amorevole loro stima verso di lui. Ma lo stupore cessa ben tosto al riflettere che oltre alla protezione da Dio concessa al suo servo, ed era il più, tutti, anche gli avversari riconoscevano in lui una potenza di carità che legava i cuori; ed egli di questa seppe valersi per tutto il tempo della sua vita. Per quanto crescessero i bisogni dell'Oratorio, D. Bosco non rimetteva punto della sua beneficenza.

     Allorchè in qualche paese succedesse una catastrofe, affrettavasi a far sapere al Prefetto della provincia, e per mezzo di lui al Sindaco, di essere disposto ad accettare nel suo Oratorio giovanetti rimasti orfani. Ora erano incendi, che avevano distrutto una borgata; ora il crollo di un muro, che aveva travolti e uccisi operai sotto le macerie; era un'epidemia, che desolava una città; ora una frana, che aveva sepolti vari contadini; ora una valanga di neve, che aveva schiacciato un abituro sui monti, rimanendo vittima un capo di famiglia. E l'offerta di Don Bosco era accolta con viva gratitudine, e si tributava gran lode alla sua generosità.

   In questi anni poi, 1855 e 1856, la miseria di molte famiglie faceva moltiplicare le domande di accettazione di poveri giovani nell'Oratorio. Mancando il posto, il più delle volte davasi bensì una dolorosa negativa; ma talora l'abbandono di certi ragazzi e i pericoli dell'anima e del corpo, in cui versavano, erano di tal fatta, che a D. Bosco non reggeva il cuore di rispondere con un rifiuto.

Anche il Municipio ed il Governo, con espressioni di gran deferenza, molto di spesso gli raccomandavano, ora il figlio di un impiegato, ora l'orfanello di un militare; e ora un giovanetto derelitto, o di famiglia incapace a mantenerlo, o un altro la cui condotta non era ancora così biasimevole da meritare un luogo di correzione, ma che tuttavia faceva assai temere per l'avvenire se non gli si provvedeva un'educazione morale. Per ciò col crescere del numero degli alunni si gravavano le spese, e si facevano ingenti i debiti, specialmente verso il panettiere.

   Questo stato di cose riusciva assai gravoso per Don Bosco; tuttavia se qualcuno de' suoi collaboratori gli diceva che mancando egli di mezzi non era opportuno d'ingolfarsi in tante spese con nuove accettazioni, calmo e sorridente rispondeva: - Maria SS. mi ha sempre aiutato e continuerà sempre ad aiutarmi! -Egli però non condonava l'intera pensione se non a quelli che erano veramente poveri, ed esigevala con una ragionata risolutezza, chiunque fosse il protettore, da chi poteva pagarla. Soleva dire: - Io non sono il padrone, ma semplice distributore dei tesori che mi affida, la Divina Provvidenza; e non è giusto che mangi il pane del povero chi tale non è.

   Un prezioso vantaggio però ritraeva realmente dall'accettazione e ricovero dei giovani a lui raccomandati dalle autorità. Il Ministro della Guerra, Alfonso Ferrero della Marmora, riguardava con benevolenza l'Oratorio: il Ministro dell'Interno, Rattazzi, e quello dell'Istruzione pubblica, Cibrario, sappiamo già in quale conto tenessero.

   Bosco; il comm. Bona Bartolomeo, senatore del regno e, direttore generale dei lavori pubblici, non aveva tardato a divenire suo grande amico.

   Perciò, D. Bosco era bene accolto allorquando si recava negli uffizi di qualche Ministero, e non solo dai capi ma anche dagli impiegati subalterni; e queste visite gli recavano una grande utilità morale. Era suo principio che gli uomini quanto più si avvicinano tanto meglio si conoscono, e con ciò svaniscono i sospetti, le animosità, le impressioni avverse ispirate dai malevoli, e quindi facilmente si appianano le difficoltà che sogliono frapporsi alla soluzione dei vari negozi. Chi trattava con D. Bosco restava preso dalla sua schietta giovialità ed umiltà, dalla semplicità de' suoi ragionamenti, e si persuadeva non esservi in lui sentimenti ostili contro nessuna persona d i qualsivoglia partito. Ed è questo il motivo pel quale non si offendevano nel conoscere che egli risolutamente, ma senza acrimonia, anzi con molta cortesia e bontà, sosteneva principi e una causa contraria alla loro. Più d'uno di essi veniva in Valdocco per informarsi di qualche suo raccomandato e per osservare D. Bosco in mezzo alla moltitudine dei fanciulli. Era uno spettacolo ben differente da quello che presentavasi a chi visitava altri istituti. L'Oratorio dava una testimonianza manifesta, che si trova giovialità e tripudio solo ove è innocenza dì vita e pace e gaudio della coscienza. Quivi la disciplina era facile, perchè insinuata dall'amore, lo studio e il lavoro lieto e piacevole perchè dettato dal sentimento del dovere e dell'onore. Queste constatazioni, che si presentavano spontanee alla mente di quei signori, finivano con dissipare ogni pregiudizio che fosse ancor rimasto contro D. Bosco, sicchè essi divenivano suoi affettuosi ammiratori. Lo stesso Vittorio Emanuele non poteva disconoscere le rette intenzioni di D. Bosco, e passati questi giorni nefasti e di così grande turbamento, lo vedremo continuare le sue largizioni all'Oratorio, e fissare sussidi per que' giovani dei quali faceva raccomandare l'accettazione dagli ufficiali della reale sua Casa.

In questo frattempo D. Bosco nel mese di febbraio si disponeva ad annunziare fuori di Torino la parola di Dio, non ostante e la grave questione agitata nella Camera dei Deputati, che tenealo in angustia, e la cara convivenza co' suoi alunni, e le strettezze finanziarie dell'Oratorio. Queste invero si facevano molto sentire quando egli era assente, perchè i benefattori portando elemosine volevano deporle in sua mano; oppure egli stesso ne doveva andare in cerca, fiducioso di ottenere le somme occorrenti. Nè il suo zelo si restringeva per questo.

   Così egli aveva scritto al Teol. Appendino, in Villastellone:

 

Torino, 6 Febbraio 1855.

 

   Carissimo sig. Teologo,

 

Siamo all'ottavario, ed io mi accingo per adempire la promessa. Vorrei soltanto fare una proposta, se pure è effettuabile. Potrebbe Ella od altri fare la prima predica sabato? Giungo a tempo Domenica partendo di qui pel vapore delle 2 e mezzo pomeridiane? Queste due risposte, se affermative, aggiusterebbero tutte le cose del mio Oratorio.

     Abbia la bontà di farmi due linee di riscontro, e comunque siano, io farò di adattarmi.

     Mi ami nel Signore e mi creda in quel che posso

     Di V. S. Car.ma

 Aff.mo alunno

Sac. Bosco Giovanni

 

 

Egli partiva per Villastellone. Allontanandosi però dall'Oratorio soleva usare la precauzione di non dir nulla della sua partenza ai giovani, i quali perciò ignoravano se fosse in casa o fuori. Se ne accorgevano solamente coloro che avrebbero voluto confessarsi e non lo trovavano al confessionale. Per lo più non lo palesava neppure ai Superiori, ad eccezione del Prefetto che doveva prendere il suo posto nella direzione. Così pure taceva eziandio il giorno del suo ritorno. Ma dal momento della sua uscita dall'Oratorio a quello del suo rientrare esercitava un vero apostolato, non solo sul pulpito, ma per le vie e nelle case nelle quali doveva soffermarsi. Non lasciava sfuggire alcuna occasione per dare con grande carità avvertimenti spirituali, eziandio a persone non mai prima d'allora conosciute; e qualche sacerdote o chierico che lo accompagnava, rimaneva stupito dell'affetto che poi tutti gli dimostravano Talvolta si vedevano giungere all'Oratorio uomini che si erano incontrati con D. Bosco viaggiando; e da lui esortati a confessarsi, venivano per soddisfare la fatta promessa. Fra questi fu il cocchiere di una pubblica vettura. D. Bosco, sedutosi presso di lui, soffriva tanto nell'udirlo assai frequentemente bestemmiare. Egli però non tacque, ma con bel garbo lo pregò di cessare. Rispose quegli che tale era l'abitudine contratta, e che non sperava di riuscire a correggersi. Allora D. Bosco gli disse:

     - Se voi di qui fino alla prima muta dei cavalli, cioè dove si fermerà la vettura, non pronunzierete più una bestemmia, vi pago da bere un litro.

  Da quel punto dal labbro del vetturino non si udì più ripetere il nome di Dio invano.

D. Bosco mantenne la parola e poi gli fece osservare: - Se per un premio così da poco avete potuto vincervi per questo tempo, perchè non potrete tralasciare affatto, di bestemmiare, pensando al paradiso che vi aspetta ed anche all'inferno nel quale potreste cadere da un momento all'altro?

 

 

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