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Capitolo 15

Giorni feriali - Contegno dei giovani fuori dell'oratorio - Visite alle officine - Il buon cuore di un fanciullo e l'invetriata - Una rissa per amore di D. Bosco. - Gli Spazzacamini - Le suppliche ai signori per soccorsi ai poveri della città - Gli studenti in Valdocco nel giovedì - Conferenze agli impiegati nell'oratorio - Il ritorno di Don Bosco in Torino dopo una predicazione - Suo Incontro coi giovani nella piazza Emanuele Filiberto.


Capitolo 15

da Memorie Biografiche

del 06 novembre 2006

 Don Bosco scorgeva ed amava in ciascuno dei suoi giovani la persona di Gesù Cristo adolescente, ed era sua cura che risplendessero colla grazia di quel modello divino. E i fanciulli con quell'intuito che direi quasi infallibile, proprio della loro ingenua età, erano certi del suo puro affetto verginale, pronto per loro a qualunque sacrificio, e di egual animo accoglievano i suoi consigli. Perciò D. Bosco poteva guidarli pure in tutti i momenti dei giorni di lavoro, benchè fossero lontani da lui. Questo era eziandio il frutto delle sue fatiche nelle scuole serali. I suoi allievi avevano presso di sè il “Giovane Provveduto”, leggendo il quale ricordavano quanto da lui avevano udito nelle prediche.

“ La prima virtù di un giovane è l'obbedienza al padre, e alla madre. Pregate per essi ogni giorno, affinchè Dio loro, conceda ogni bene spirituale e temporale. Dopo le preghiere del mattino recatevi dai vostri genitori per intendere i loro, ordini e non intraprendete cosa alcuna senza il loro consenso. Prestate loro assistenza se ne hanno bisogno, sia per quei servizi domestici di cui siete capaci, e molto più consegnando loro ogni danaro o roba che vi possa per regalo o per mercede venire tra le mani, e farne quell'uso che dai medesimi, vi verrà suggerito. Siate sinceri coi vostri maggiori, non coprendo mai con finzioni i vostri mancamenti, molto meno negandoli. Dite sempre con franchezza la verità; perchè le bugie, oltre all'essere offesa di Dio, ci rendono figli del demonio, principe della menzogna, e fanno sì che conosciuta la verità voi sarete reputati menzogneri, disonorati presso i vostri, superiori e presso i vostri compagni. Un buon figliuolo deve lungo il giorno attendere a quelle cose che riguardano il proprio stato e indirizzare ogni azione al Signore, dicendo: - Signore, vi offro questo lavoro: dategli la vostra santa benedizione. Prima di prendere il cibo e dopo fate il segno della santa croce, e recitate la vostra breve preghiera. Non abbiate rossore di comparire cristiani anche fuori di chiesa.

“ Lungo il giorno leggete un tratto della vita di qualche santo, p. es. quella di S. Luigi, oppure una delle considerazioni poste in principio di questo libro. Talvolta pensate agli avvisi che il confessore vi diede nell'ultima confessione. Recitate tre volte al giorno la salutazione angelica nelle ore stabilite. Accompagnate il santo Viatico quando è portato agli infermi, e non potendo andare dite un Pater ed Ave. Ripetetelo quando la campana dà il segno di un'agonia, qualora foste impediti di intervenire alla chiesa a pregare pel moribondo Al segno della morte dite tre Requiem aeternam in suffragio di quell'anima che è passata all'eternità. Alla sera recitate la terza parte del Rosario (se non l'avete ancor recitata lungo il giorno in compagnia dei vostri fratelli e delle vostre sorelle, ma devotamente, nè troppo in fretta, senza appoggiarvi incivilmente sulla tavola o sugli scanni o sedendo sulle calcagna. Dopo le orazioni della sera, fermatevi alcuni istanti a considerare lo stato di vostra coscienza e se vi trovate rei di qualche grave peccato, fate di cuore un atto di contrizione promettendo di confessarvene il più presto possibile ”.

D. Bosco, mentre nel “Giovane Provveduto” aveva aggiunti a questi altri importantissimi avvisi, perchè tenessero lontano dalla loro anima il peccato quei giovani che abitavano coi genitori, altri consimili ammonimenti, ma più generali, stampava nel Regolamento dell'Oratorio per quelli che non vivevano sotto la tutela di una famiglia.

Immenso è il bene morale che arrecavano ai giovani le suddette norme, perchè molti vi si attenevano fedelmente, altri non trascuravano almeno le più essenziali; in quanto poi alle pratiche di pietà, se non tutte, era difficile che qualcuna giornalmente non la ricordassero e mandassero ad effetto.

D. Bosco però nella settimana, essendo in Torino, continuava, come aveva incominciato al Convitto di S. Francesco, a fare or qua or là le sue ispezioni per mantenere i frutti raccolti nella domenica. Uno dei precipui suoi impegni era di visitare i padroni dei giovani dell'Oratorio nelle loro officine o botteghe, specialmente quando poteva dare o ricevere buone notizie degli apprendisti. Tutti riconoscevano in quelli che frequentavano la casa di D. Bosco un evidente miglioramento riguardo ai costumi ed all'istruzione religiosa; e molti capi d'arte si rivolgevano a lui per avere dei garzoni, sapendo per esperienza che erano obbedienti, onesti e laboriosi. Tuttavia egli domandava sempre informazioni sulla loro condotta, e ripetutamente i capi di fabbrica e di negozio gli attestavano la loro soddisfazione, perchè quei giovani, oltre ad essere rispettosi, riuscivano abili nei loro mestieri. E Don Bosco non mancava di dare la lode dovuta a chi se l'era meritata, lode che tornava loro tanto cara che si sentivano stimolati ad essere migliori. Il vedere comparir D. Bosco in un laboratorio era una festa per i capi d'arte e per i garzoni, e quando si congedava lo pregavano a ritornare presto a visitarli. Ed ei li compiaceva e talora conducendo qualche nuovo garzone. Nel percorrere le vie di Torino incontrava sovente poveri fanciulli, che gli chiedevano l'elemosina e non di rado aveva nulla in saccoccia. Allora con belle parole li confortava a sperare nella Provvidenza Divina, li esortava a non viver nell'ozio e a cercarsi lavoro; quindi li invitava a venire nell'Oratorio la Domenica seguente. Egli poi se continuavano ad essere, senza loro colpa, disoccupati, cercava per essi un padrone, al quale caldamente li raccomandava più che non avrebbe fatto un padre amoroso. In queste visite alle officine, che furono continue per anni ed anni, lo accompagnavano più volte D. Giacomelli e il Prof. Can. G. B. Anfossi.

Ma non solo i giovani dati alle arti, ma eziandio quelli sparsi nei negozi, o nelle piazze gli dimostravano il loro affetto e la loro riconoscenza. Ci terremo paghi di darne qualche saggio.

Quante volte i Torinesi videro per le contrade sbucare all'improvviso i giovani dalle porte delle case e dei negozi e accalcarsi attorno a lui per baciargli la mano! Ed essi a rimanere commossi per tanta affezione, e ammiravano la grande pazienza dell'uomo di Dio. Il prevosto Teol. Giorda, che fu parroco di Poirino, lo vide un giorno circondato da numerosi giovani, che, per stringerlo amorosamente e festeggiarlo, lo urtavano e spingevano a segno che corse più volte pericolo, di essere gettato a terra. Allora il prevosto alquanto indispettito si avvicinò e rimproverandoli voleva allontanarli; ma D. Bosco dolcemente a dirgli: - Lasciali, lasciali fare.

Una sera D. Bosco camminando lungo un marciapiede in via Doragrossa, ora chiamata via Garibaldi, passò innanzi all'invetriata di un magnifico fondaco da panni il cui cristallo teneva tutta l'ampiezza della porta. Un buon giovanetto dell'Oratorio, il quale ivi serviva da fattorino, visto D. Bosco, nel primo slancio del suo cuore, senza riflettere che l'invetriata era chiusa, corre per andarlo a riverire; ma dà col capo nel cristallo e lo riduce a pezzi. Al rovinoso cader dei vetri D. Bosco si ferma e apre la vetrata; il fanciullo tutto mortificato gli si fa da presso; il padrone esce di bottega, alza la voce e grida; i passeggeri fanno crocchio. - Che cosa sui 12 o 13 anni. Un lustrascarpe vedendolo: - Oh D.Bosco – Esclamò - venga qui da me: voglio lustrarle le scarpe.

 - Ti ringrazio, mio caro, ma ora non ho tempo.

 - Le pulisco in un momento, sa!

 - Un'altra volta; ho premura.

 - Ma io gliele lustro e lei non mi darà niente. È solamente per avere il piacere e l'onore di farle questo, servizio.

A questo punto un spazzacamino bruscamente l'interruppe. - Lascia un po' andare la gente per la sua strada!

 - Oh bella! parlo con chi voglio.

 - Ma non vedi che ha premura?

 - Che cosa c'entri tu? Io conosco D. Bosco, sai?

 - Ed io pure lo conosco.

 - Ma io sono suo amico.

 - Ed io pure.

 - Ma io gli voglio più bene di te.

 - No, sono io che gli voglio più bene.

 - Sono io!

 - Sono io!

 - Vuoi tacere sì o no?

 - No, no! Io voglio parlare.

 - Guarda che ti pesto il grugno!

 - Tu? Fa la prova!

 - Sei una bestia!

 - Lo sei tu!

Ed uno si slanciò sull'altro, e incominciarono una tempesta, di pugni e calci. Si presero per i capelli, si gettarono per terra, si rovesciò la cassetta del lustrascarpe, e spazzole e lucido andarono qua e là. D. Bosco si mise in mezzo: - Pace, pace, amici miei, non fate così!

A stento furono divisi, ma si guardavano sempre inviperiti uno contro dell'altro:

 - Ti dico e lo sostengo che gli voglio più bene io! Io sono andato a confessarmi.

 - Io pure.

 - A me ha dato una medaglia.

 - A me un libretto!

 - Dica Lei, D. Bosco, non è vero che vuol più bene a me?

 - No, ti dico!….. A me!

 - Ma dica Lei, a chi vuol più bene fra noi due?

 - Ebbene - Esclamò D. Bosco - Sentite! Voi mi proponete una questione molto difficile. Vedete voi la mia mano? E loro mostrava la destra; vedete voi il mio dito pollice e indice? A quale dei due credete voi che io voglia più bene? Lascierei tagliarmi più uno che l'altro?

 - Vuol bene a tutti due!

 - Così io voglio bene a voi due; siete come due dita della mia stessa mano. Nello stesso modo amo tutti gli altri miei giovani... E quindi non voglio che vi battiate; venite con me: non facciamo scene. Sono figure poco belle, queste: venite. - E s'incamminò tenendosi vicini i due contendenti. Intorno a lui camminavano gli altri spazzacamini e lustrascarpe, e dietro una piccola folla che erasi radunata a quel battibuglio. Così si andò chiacchierando fino alla basilica dei SS. Maurizio e Lazzaro ove si divisero, e i giovani andarono a sedersi al sole sulla gradinata di quel tempio.

Lo spazzacamino fu poi ricoverato all'oratorio, e riuscì un giovane buonissimo e delle più belle speranze. Era della valle d'Aosta. Venne la madre a visitarlo, sentito che il figlio era stato messo a studiare non le parve conveniente che proseguisse. - Uno spazzacamino prete? Esclamava - No, non va!

D. Bosco la esortava a lasciare che le cose andassero avanti e poi si sarebbe veduto. La madre accondiscese. Ma il figlio fu preso da un malessere che lo costrinse ad andare a casa, ove morì di una morte da santo.

 - Quanti buoni giovani, diceva D. Bosco, ho trovato fra questi spazzacamini. Era nera la loro faccia, ma tante volte quanto bella la loro anima, quando venivano a confessarsi.

Verso di essi egli dimostrava una carità tutta particolare. Quando li incontrava, per lo più li soccorreva con qualche elemosina e li invitava sempre a venire ai suoi oratori.

Gli spazzacamini erano in quel tempo l'oggetto delle sue ricerche speciali. Questi piccoli savoiardi scendevano innocenti dalle loro montagne, senza alcuna idea della malizia del mondo, ignari perfino del dialetto. Perciò, non solo avevano bisogno di istruzione religiosa, ma di più era necessario preservarli dal cadere nei lacci di scellerati compagni. Don Bosco riuscì molto bene in questa sua impresa, traendoli a sè, provvedendoli anche del necessario alla vita, sorvegliandoli, e coi suoi avvisi salutari conservandoli buoni. Quante consolazioni gli procurarono questi ingenui figliuoli.

Continuò egli a durar la fatica di andare in cerca di giovani per l'Oratorio festivo, e specialmente pel catechismo, della quaresima, fino al 1865.

Mentre così si andava guadagnando i giovanetti poveri, non trascurava di occuparsi degli adulti e delle loro povere famiglie, specialmente nei giorni feriali. Tornato a casa verso mezzogiorno, non erasi ancor levato da mensa, che già prendeva la penna per iscrivere suppliche in favore di quei popolani che si trovavano nell'indigenza. Fu un'opera di carità che sembra di menoma importanza, mentre deve annoverarsi fra le più belle compite da D. Bosco. Finchè ebbero in Torino ferma stanza la Casa Reale e i Ministeri, gli infelici solevano ricorrere a queste Autorità con suppliche per venir sollevati dalle loro miserie. Di ogni specie erano i casi dolorosi e i bisogni urgenti. Senonchè moltissimi poverelli non sapevano scrivere, molti non avevano chi accondiscendesse ad esporre gratuitamente in un foglio le loro domande; e non mancavano persino quelli che non possedevano un soldo per provvedersi carta da rispetto. Perciò un gran numero di costoro accorrevano all'Oratorio, e D. Bosco ascoltava pazientemente i loro mesti racconti e li rimandava soddisfatti. Nei primi cinque o sei anni egli stesso compieva, questo lavoro in sè importunissimo, ma per lui facile e grato. Quando potè destinare più tardi una stanza ad uso di portiera, quivi a certe ore dispose, che un chierico o altra persona idonea, fosse pronta a dare udienza a chi ricorreva e stendesse debitamente la supplica. Ciò stabiliva massime per quei giorni, nei quali egli avrebbe dovuto allontanarsi da Torino. La spesa della carta molte volte la sosteneva egli stesso e non si deve credere che, a lungo andare, fosse importo tanto leggiero. Non passava giorno senza che si presentasse più di un supplicante, e ciò dal 1847 fino oltre al 1870. Anche alle più illustri e generose famiglie di Torino, erano indirizzate domande di soccorso. Furono dunque migliaia e migliaia che vennero in questo modo consolati ottenendo in gran parte il loro intento, e perciò l'Oratorio acquistava nei dintorni una grande popolarità. D. Bosco però a costoro che a lui ricorrevano chiedeva se avessero figli, e in caso affermativo, dati i consigli opportuni pel bene di quelli, si faceva promettere che li avrebbero mandati ai catechismi.

Egli prendevasi cura altresì di quei giovani i quali, venuti in Torino a perfezionarsi in qualche arte, gli erano stati raccomandati dagli amici di provincia.

Carlo Tomatis, ora professore di disegno nella Regia Scuola tecnica di Fossano, nel 1847 studiava pittura e plastica presso il professore Boglioni. Un giorno gli si presenta D. Bosco e, chiestogli il nome, il paese, lo interroga delle condizioni in cui attualmente si trovava. Tomatis gli rispose cortesemente, e quindi interrogò a sua volta: - E lei chi è? - E D. Bosco: - Sono il capo dei birichini, sto in Valdocco; domenica vienimi a trovare, e ci divertiremo - D. Bosco si era portato a cercar di Tomatis, perchè glielo aveva raccomandato il Teol. Bosco, professore nel Seminario a Fossano. Il buon giovane, nella prima domenica dopo questo incontro, aspettata da lui con viva impazienza, corse in Valdocco, che trovò gremito da una moltitudine, nella massima parte composta d’artigiani, e da quel giorno tutte le feste dell'anno andava a passarle nell'Oratorio con D. Bosco, e talora vi si recava anche nei giorni feriali.

La prima volta che vi entrò in un giovedì, vide con sorpresa un gran numero di studenti.

Infatti l'Oratorio era al giovedì il convegno di molti studenti dei collegi di Torino, i quali venivano per intrattenersi con D. Bosco e per farvi un'allegra ricreazione che durava tutto il dopopranzo fino a tarda sera, essendo messi a loro disposizione tutti i giuochi e gli attrezzi di ginnastica. D. Bosco stava sempre in mezzo a loro, e colle stesse sante industrie colle quali traeva al Signore i figli del popolo, conduceva eziandio al bene i giovanetti delle famiglie borghesi; e legavali a sè con eguale affezione. Gran parte di questi li conosceva già prima facendo il catechismo nelle classi civiche, altri erano condotti dai loro compagni.

Se non spossava le sue forze fisiche come nella domenica, attesa la miglior educazione, ingegno e coltura di questi giovani, tanto maggiore rimaneva la stanchezza della sua mente. Doveva continuamente rispondere a questioni scolastiche o scientifiche e proporre problemi che dovevano essere sciolti nella prossima vacanza.

Nel congedarli raccomandava loro soprattutto di fuggire l'ozio, di star sempre occupati adempiendo con ogni diligenza i loro lavori scolastici. Ma soggiungeva: “ Non intendo per altro che vi occupiate da mattina a sera senza nessun sollievo, perchè io vi voglio bene e vi concedo volentieri e in gran numero tutti quei divertimenti nei quali non vi è peccato. Tuttavia non posso a meno che raccomandarvi tutti, quei trastulli, che, mentre servono di ricreazione cagionandovi diletto, possono recarvi qualche utilità. Tali sono lo studio, della storia, della geografia e delle arti meccaniche e liberali, il canto, il suono, il disegno, ed altri studi e lavori domestici, i quali ricreando possono procurarvi cognizioni utili ed oneste, e contentare i vostri parenti e i vostri superiori. In certi giorni che vi sentite svogliati adornate altarini, aggiustate immagini e quadretti, libri, quaderni.

“ Potete anche divertirvi in giuochi, trattenimenti atti a sollevare e non ad opprimere lo spirito ed il corpo; ma non recatevi mai a questi senza la debita licenza, e qualche volta alzate la mente al Signore offrendo quei trastulli a gloria e onore di Lui. - Oltre a ciò ripeteva sempre: - Frequentate i santi Sacramenti, siate devoti di Maria SS.; aborrite le malvagie letture più che la peste; fuggite dai compagni cattivi più che dal morso di un serpente velenoso ”.

Al giovedì raccoglieva eziandio intorno a sè a conferenza i suoi maestri catechisti ed altri giovani impiegati nell'Oratorio festivo, e letto qualche Capitolo del Regolamento, esortato ciascuno di essi a praticare esattamente gli articoli riguardanti il proprio uffizio, constatato qualche inconveniente al quale bisognava riparare con opportuno rimedio, raccomandava loro di essere sempre i più esemplari e zelanti nelle pratiche di pietà e che quando volevano confessarsi e comunicarsi procurassero di farlo nell'Oratorio, perchè questo contribuiva molto al buon esempio e ad animare gli altri alla frequenza dei Sacramenti. Li esortava, che essendo essi i più istruiti, si facessero a raccontare agli altri degli esempi edificanti nel tempo della ricreazione. Soprattutto loro raccomandava somma riverenza ai Sacerdoti che assistevano all'Oratorio, procurando di chiedere sempre permissione quando dovevano assentarsene. E soleva sovente ripetere: “ Qualora udiste o vedeste qualche cosa sconveniente a questo santo luogo, procurate di darne segretamente avviso al Superiore, affinchè egli impedisca quanto possa tornare ad offesa di Dio ”.

Così D. Bosco anche nei giorni feriali non riposava un istante, ma solo cambiava lavoro, e di qualunque genere fosse, come scrivere lettere, opuscoli, confessare, predicare, era sempre pronto; e in qualunque radunanza si facesse, ora a molti, ora a pochi, teneva più volte al giorno qualche discorsetto sulle verità della fede o sulle pratiche della morale cattolica.

Se si recava a predicare fuori di Torino, al suo ritorno lo attendeva sempre una festosa accoglienza. I giovani dell'Oratorio informandosi dell'ora in cui sarebbe ritornato, andavano ad aspettarlo al ponte di Po o al ponte Mosca. Erano più decine. Appena spuntavano i cavalli dell'omnibus scoppiavano i saluti con un formidabile: Evviva D. Bosco! Tutti gli si lanciavano incontro e circondavano la carrozza. Il carrozziere montava sulle furie, li sgridava, li minacciava colla frusta, dava loro i titoli più sonori, ma riusciva a nulla perchè gli altri continuavano a correre e ad acclamare, e così entravano in Torino. La gente si fermava a vedere quelle turbe di ragazzi allegri e trafelanti, mentre D. Bosco sorridendo li salutava colla mano, chiamandoli per nome. Quando poi la vettura si fermava, allora i giovani facevano tanto ressa contro lo sportello che i viaggiatori non potevano scendere. Il carrozziere balzato di cassetta correva per far largo, ministrando scappellotti a destra e a sinistra. D. Bosco che era sceso gli diceva: - Poveri figliuoli! Sono i miei amici, sapete!

 - Lei ha di questa fatta di amici? Si vede che non li conosce: sono birbanti, mascalzoni, oziosi. Via di qua!

Tutti intanto si erano stretti a D. Bosco per baciargli la mano e per accompagnarlo, mentre il carrozziere scrollava le spalle e si allontanava brontolando.

Ancora un fatto. La sera dei Morti del 1853 i giovani convittori ritornavano dal camposanto. D. Bosco era rimasto un po' addietro. Quand'ecco tutti i lustrascarpe, i venditori di zolfanelli, gli spazzacamini sparsi in piazza Emanuele Filiberto al vederlo mandano un grido, gli corrono incontro, lo circondano e fanno risuonare l'aria di mille evviva. Don Bosco sorridente si era fermato. I convittori, arrestato il passo, osservano quella scena commovente. Fra questi vi era il giovanetto Francesia Giovanni. La gente si affollava. Le sentinelle di un quartiere vicino stavano indecise se gridare all'armi. Altri soldati vengono sulla porta. I carabinieri corrono temendo chi sa che cosa; forse qualche ferimento, furto o tumulto. Ma D. Bosco intanto procedeva in mezzo a quel trionfo di nuovo genere, che dimostrava quanto grande fosse l'influenza della Religione sugli animi di quei fanciulli.

 

 

 

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