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C'è un problema di natura educativa

Le manifestazioni contro le vignette satiriche su Maometto e le violenze che le accompagnano dimostrano quanto sia facile infiammare le piazze islamiche e mobilitare le folle. C'è di mezzo certamente la strumentalizzazione operata dai gruppi fondamentalisti e da alcuni governi, ma al fondo della questione c'è un problema di natura educativa.


C'è un problema di natura educativa

da Quaderni Cannibali

del 22 febbraio 2006

Le manifestazioni contro le vignette satiriche su Maometto e le violenze che le accompagnano dimostrano quanto sia facile  infiammare le piazze islamiche e mobilitare le folle. C'è di mezzo certamente la strumentalizzazione operata dai gruppi  fondamentalisti e da alcuni governi - con Siria e Iran in  prima fila -, ma al fondo della questione c'è un problema di  natura educativa. «Se non si metterà mano a una profonda  revisione dell'educazione che viene impartita nelle scuole,  nelle università e nelle famiglie, il mondo musulmano  continuerà a vivere in maniera autoreferenziale e ad  affrontare in maniera conflittuale il rapporto con tutto ciò  che sta fuori da esso». Ne è convinto Samir Khalil Samir,  gesuita, docente alla Saint Joseph University di Beirut e al  Pontificio Istituto Orientale di Roma e profondo conoscitore  di ciò che si muove nella umma islamica.

 

 

Cosa c'entra l'educazione con le proteste di piazza?

 

«Nei Paesi islamici la gente è facilmente condizionabile  dalle parole d'ordine dei radicali. I quali si stracciano le  vesti per l'oltraggio consumato nei confronti di Maometto (a  cinque mesi dalla pubblicazione), strumentalizzano il  sentimento religioso per finalità politiche e additano  l'Occidente come il grande Satana. Ma tutto questo è il  frutto avvelenato di dinamiche mentali che vengono da molto  lontano».

 

 

E da dove vengono?

 

«Dal modo malato con cui si guarda alla realtà. Per esempio, attribuendo al gruppo responsabilità che sono anzitutto  individuali. Chi in questi giorni protesta non se la prende  solo con gli autori delle vignette ma con i governi dei  Paesi in cui sono state pubblicate, e addirittura con  l'Occidente o con i cristiani, con le tragiche conseguenze a  cui abbiamo assistito, come l'omicidio di don Santoro. E  questo è tipico di una mentalità che dimentica il valore  della persona annegandola nel gruppo. Bisogna esercitare la  ragione, non farsi determinare dall'emozione. Purtroppo nei  Paesi islamici si sta vivendo il sonno della ragione».

 

 

Ma perché è così facile trascinare le folle e strumentalizzare l'opinione pubblica?

 

«Le faccio alcuni esempi che aiutano a capire. A scuola i  metodi d'insegnamento sono basati sulla ripetizione e sulla  memorizzazione piuttosto che sull'argomentazione logica. In  famiglia l'obbedienza che i genitori esigono dai figli non è  accompagnata quasi mai dall'offerta di motivazioni ma  piuttosto da imposizioni, anche violente. E sotto il profilo  strettamente religioso, il Corano viene imparato a memoria e  applicato in maniera meccanicistica e letterale, con una  convinzione: visto che il testo sarebbe stato trasmesso  direttamente da Dio a Maometto, esso contiene già tutto  quanto serve per vivere e non è ammesso l'utilizzo di alcuna  categoria interpretativa. E se qualcuno fa notare che -  rispetto ai principi contenuti nel libro sacro e agli hadith  (i detti attribuiti al Profeta, l'altra grande fonte della  tradizione islamica) - bisogna sforzarsi di cercare  l'applicazione più adeguata alla realtà attuale, viene  accusato di essere un traditore dello spirito più autentico  dell'islam e additato alla pubblica riprovazione, fino  all'accusa di apostasia. Il risultato è un mondo statico,  autoreferenziale, timoroso di confrontarsi con la modernità.  La quale viene vissuta come qualcosa che mette in pericolo  la conservazione della 'vera religione'».

 

 

Non le sembra che il problema di fondo risieda nel fatto che nel Corano si può trovare tutto e il contrario di tutto? Alcune sure esortano alla preghiera, alla concordia con le altre religioni monoteiste e alla pacificazione, altre invitano a combattere gli infedeli con ogni mezzo. Il risultato è che c'è chi presenta l'islam come religione di pace e chi brandisce il Corano per giustificare le gesta dei kamikaze.

 

«Proprio perché nel Corano si leggono frasi che vanno in  direzioni molto diverse, è necessario che non si faccia un  uso letterale e de-contestualizzato di quanto vi è scritto.  Nella penisola araba del VII secolo la guerra era un evento  diffuso, faceva parte dei costumi e della mentalità del  tempo. Maometto ne ha combattute 19 in dieci anni, e si deve  riconoscere che la velocità con la quale l'islam si è  diffuso in Medio Oriente, in Asia e in Nordafrica è  largamente debitrice alle conquiste militari sue e dei suoi  successori. Perciò risulta poco credibile chi continua a  ripetere che l'islam è una religione di pace dimenticando  l'altra faccia della medaglia. Bisogna avere l'onestà  intellettuale di riconoscere che le esortazioni alla pace si  mescolano con la legittimazione dell'uso della forza, e fare  in modo che le parti più violente non prevalgano nella  vulgata che viene diffusa nelle moschee e tra la gente. Ma  per fare questo è per l'appunto necessario superare un  approccio letteralista del testo, anziché considerare il  Corano una specie di 'surgelato religioso'».

 

 

Ammetterà però che questa posizione, che pure esiste nel mondo islamico, rimane largamente minoritaria. Come se ne esce?

 

«Purtroppo da vari decenni (anche con l'aiuto di certi  governanti) si stanno diffondendo le posizioni più chiuse e  antimoderne, mentre i liberali che vorrebbero 'aprire'  l'islam alla modernità sono in difficoltà. Credo che un  Occidente illuminato e lungimirante dovrebbe aiutarli a fare  sentire la loro voce nell'opinione pubblica di quei Paesi,  oltre che contribuire alla diffusione delle loro idee. Come?  Ad esempio favorendo la circolazione e la traduzione delle  loro opere, o invitandoli a parlare in Europa, anche per  farli conoscere ai connazionali che vivono in emigrazione e  vengono ammaliati dalle parole d'ordine di imam fondamentalisti. Ma soprattutto c'è un gigantesco lavoro da  fare a livello educativo, nelle scuole e nelle università,  agendo sui testi e sulla formazione degli insegnanti. Un  lavoro che richiederà generazioni, perché possa lentamente  cambiare una mentalità che ha paura della realtà invece che  misurarsi con essa. Come ci insegna il cristianesimo, la  ragione non è nemica, ma alleata della fede».

Giorgio Paolucci

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