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“BUON NATALE” (non solo “BUONE FESTE”)

Noi ci stringiamo a Gesù. Egli è il più grande dono che sia mai stato fatto all'umanità....


“BUON NATALE” (non solo “BUONE FESTE”)

da Teologo Borèl

del 22 dicembre 2006

Miei cari,

Gesù è al centro di tutto l’anno liturgico. Lo è già nella celebrazione della sua nascita dalla Vergine Maria a Betlem. Senza questa nascita non ci sarebbe mai stata, nella storia, la festa del Natale. Non dobbiamo mai dimenticarlo. L’altra sera dicevo, a un gruppo di giovani: “Nei prossimi giorni non dite semplicemente «Buone Feste» (come sta scritto in tutte le vie delle nostre città e dei nostri paesi), ma dite: «Buon Natale!». In questo modo esprimerete la vostra fede e, con la semplicità di un saluto, la comunicherete”. L’emarginazione, anche a livello di linguaggio, del riferimento cristiano al Natale sta a dire un malinteso rispetto delle altre culture e religioni e sta anche a dire un annebbiamento del valore universale della natività di Cristo: dice infatti a tutti quanto Dio voglia essere vicino all’uomo, alla sua vita e alla sua storia nel tempo; lo dice ad ogni popolazione e nazione. La nascita di Cristo è una bella notizia per tutti e certamente non offende nessuno; anzi, è motivo di gioia per ognuno. Gesù è al centro della fede cristiana. È il nostro maestro e il nostro Salvatore. È l’Emmanuele, cioè “Dio con noi”. Come si legge nel Vangelo di Giovanni, “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Giovanni Paolo II, al termine del Giubileo del duemila, scrisse una lettera apostolica interamente dedicata al Signore Gesù Cristo, con un invito pressante a contemplare il suo volto e ad affrontare il futuro insieme con lui. Si sofferma ampiamente sulla testimonianza che ci è data dal Vangelo su Gesù e sul fatto che i Vangeli ci offrono la testimonianza degli apostoli, i quali “hanno fatto esperienza viva di Cristo, Verbo della vita, lo hanno visto con i loro occhi, udito con le loro orecchie, toccato con le loro mani”. E conclude dicendo: “Quella che ci giunge per loro tramite è una visione di fede, suffragata da una precisa testimonianza storica: una testimonianza veritiera, che i Vangeli, pur nella loro complessa redazione e con un’intenzionalità primariamente catechetica, ci consegnano in modo pienamente attendibile” (Novo millennio ineunte, n. 17).

Questi insegnamenti di Giovanni Paolo II sono stati importanti lungo questi venti secoli di storia cristiana. Lo sono anche oggi e la Chiesa deve alimentare continuamente una fede luminosa e intensa perché ogni cristiano risplenda nel mondo come riverbero della luce di Cristo. Questa cura di una fede viva e profonda è tanto più importante quando, come talvolta avviene, vi è chi vorrebbe portarci lontani da Gesù e strapparci la fede dal cuore. Ma non ci dobbiamo lasciare intimorire. Ci aiuta l’apostolo Pietro che, ai primi cristiani, duramente provati dalla persecuzione, scriveva: “Non vi sgomentate, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”. A questo incoraggiamento che ci offre nella sua prima lettera, mi piace aggiungere quello che trovo nella sua seconda lettera. In termini autobiografici scrive: “Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza”.

Domenica scorsa la liturgia della terza domenica di Avvento ci ha istruiti, attraverso il Precursore di Cristo, Giovanni Battista. Dalla pagina evangelica emergevano due domande da parte della folla che lo stava ad ascoltare. Una era di carattere etico, stimolata dal suo invito alla conversione: “Che cosa dobbiamo fare?”; un’altra era di carattere propriamente religioso ed era così indicata dal Vangelo di Luca: “Tutti si domandavano, in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo”.

Mi soffermo su questa seconda domanda. Giovanni la chiarisce con due esempi: “Io battezzo con acqua; quello che deve venire battezzerà con Spirito Santo e fuoco”. Il secondo esempio: questo “altro” è così grande che io non sono degno di “sciogliere neppure i legacci dei suoi sandali”. Quando Giovanni Battista si rivolge in questo modo ai suoi ascoltatori, Gesù sta per incominciare la sua vita pubblica. L’evangelista Luca ci offre questo racconto per far intendere ai suoi primi lettori, e anche a noi, che è giusto orientarci a Gesù, accogliere lui e la sua predicazione del Regno di Dio. Se Giovanni Battista predicasse oggi, dopo duemila anni dalla venuta di Cristo, ci direbbe: “Il Messia è venuto. Non pensate che ce ne sia un altro. Non ponete Gesù Cristo sullo stesso piano degli altri uomini religiosi apparsi lungo la storia dell’umanità”. Qualche anno dopo, sarà l’apostolo Pietro a dire con assoluta schiettezza davanti al Sinedrio che lo aveva messo in prigione: «Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza. Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati».

La franchezza di Pietro e Giovanni diventa dono di forza per la nostra fede. Noi ci stringiamo a Gesù. Egli è il più grande dono che sia mai stato fatto all’umanità.

Buon Natale a tutti.

 

+ Renato Corti

 

Novara, 18 dicembre 2006

 

mons. Renato Corti

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