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Botturi: «Troppa libertà senza regole»

Francesco Botturi, docente Filosofia morale al¬≠la Cattolica di Milano, riferisce il concetto di “iperindividualismo” a quello della crisi dell'umanesimo in Occidente, entrambi facce della stessa medaglia.


Botturi: «Troppa libertà senza regole»

del 26 marzo 2014

 

 

Nella prolusione al Consiglio permanente della Cei il cardinale Angelo Bagnasco ha dedicato una sezione alla “Violenza accattivante delle ideologie”, rimarcando che «se l’umanesimo plenario ha avuto la sua origine nel grembo europeo, e ha ispirato le grandi Carte internazionali, non è detto che trovi ancora in quel ceppo, tagliato dalle sue origini cristiane, la linfa ispiratrice. Se l’occidente vuole corrompere l’umanesimo, sarà l’umanesimo che si allontanerà dall’occidente e troverà – come già succede – altri lidi meno ideologici e più sensati. Il Vangelo è per tutti ma non è incatenato a nessuno, è storico e metastorico. L’erosione sistematica dell’impianto culturale umanistico, usando come grimaldello l’impazzimento dell’individuo con le sue pretese solipsiste, è una espressione triste di quella miseria morale e spirituale di cui parla il Santo Padre».        

«La crisi che stiamo vivendo intacca l’identità stessa dell’uomo. Siamo alla fine della modernità e la postmodernità assume spesso tratti nichilistici, che si ma­nifestano in quell’“iperindividualismo” di cui parla il cardinale Bagnasco. Si può definire anche “narcisismo”. Io lo definirei “fondamentalismo libertario”». Francesco Botturi, docente Filosofia morale al­la Cattolica di Milano, riferisce il concet­to di “iperindividualismo” a quello della crisi dell’umanesimo in Occidente, en­trambi temi della prolusione del cardina­le Bagnasco, entrambi facce della stessa me­daglia.

 

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Perché parla di fonda­mentalismo liberta­rio?

 

«Perché è sulla questio­ne della libertà che si giocano le sorti della nostra cultura. La li­bertà nel modo in cui viene per lo più intesa in Occidente è nevral­gica per il futuro dell’u­manesimo; e oggi si cerca di affermare e di imporre culturalmente, in modo intran­sigente e dogmatico, una certa idea di li­bertà e di suoi presunti diritti».

 

Intende dire che la crisi della modernità è legata all’idea di libertà?

 

«Sì. A questa idea di libertà senza regole. A questo potere soggettivo di decisione che non riconosce altro criterio che se stesso. Un potere che non è più regolato dal confronto con un’antropologia che in­dichi degli orientamenti e dei limiti. Una libertà svincolata dall’idea normativa di natura umana».

 

Una libertà fine a se stessa?

 

«Diciamo che oggi sembra che la cultura occidentale non abbia altro valore che questa idea di libertà o che la ponga a ca­po di ogni valore. Come se la grande epo­pea moderna si concentrasse solo in que­sto e quindi difendere la modernità do­vesse significare farsi portatori di questa idea di libertà. In questo senso non si trat­ta del già noto individualismo moderno, ma di un “iperindividualismo” postmo­derno. E questo, congiunto con le attuali capacità tecniche, giunge a intaccare l’i­dentità umana nel suo intimo».

 

L’intimo dell’uomo?

 

«Questa idea di libertà pretende di defi­nire l’uomo stesso, a partire da quel con­creto e intimo che è la vita sessuale delle persone. Un libertarismo rivendicato an­zitutto non a livello politico, sociale o cul­turale, ma a livello della stessa identità u­mana presa sotto il profilo relazionale, af­fettivo ed emotivo, della sua sessualità. Così la sessualità viene qualificata da que­sto modo di intendere la libertà e lo stra­volgimento antropologico inizia dall’in­terno dell’uomo».

 

Una sindrome nuova?

 

«Certamente nuova e resa più efficiente dalle tecniche di bioingegneria che ren­dono manipolabile la generatività uma­na. Insomma, c’è un’influenza decisiva di questa idea di libertà sull’identità uma­na, che si concretizza in una nuova idea sessuale. E la sessualità è molto più del sesso, perché non è un carattere settoria­le dell’uomo, né solo un suo tipo di atti­vità, ma coinvolge la to­talità dell’uomo ed è un aspetto della sua stessa identità; per questo tocca le radici dell’u­manesimo. Con tutte le problematiche ad essa connesse, come le rela­zioni tra i sessi, la tra­smissione della vita, la formazione dell’iden­tità soggettiva...».

 

Insomma, come affer­ma il cardinale Bagna­sco, «l’iperindividualismo » è «all’origine dei mali del mondo» attuale.

 

«Perché l’idea di libertà della quale ab­biamo parlato ha messo in atto una po­tenza distruttiva che incide sull’idea di uomo, in contrasto con la capacità uma­na e umanizzante di relazione, di genera­zione (non solo biologica), insomma con la feconda affermazione della vita. Per questo il cardinale ha ragione quando parla non solo di crisi, ma di qualcosa di più grave, che è il “corrompimento” del­l’umanesimo occidentale».

 

E aggiunge che proprio per questo l’Occidente viene guardato con sospetto da altre realtà culturali.

 

«Da tutte quelle culture dove vige ed è ra­dicata un’idea diversa di uomo. In questo senso anche il sentire profondo della no­stra gente, osserva il cardinale, è co­munque ancora diverso da ciò che que­sto fondamentalismo libertario vuole imporre. Lo mostra la “rete virtuosa che sostiene il Paese” di cui parla il cardi­nale, col suo senso della famiglia e del volontariato, della gratuità e della soli­darietà. Su questo bisogna lavorare in modo sistematico, come sta facendo il Papa, vivendo, annunciando e propo­nendo con la fede anche i fondamentali dell’umano».

 

 

Roberto I.Zanini

http://www.avvenire.it

 

 

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