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Addomesticati alla fede

Educare; addomesticare alla fede, infine, è anche accompagnare verso l'incontro con Qualcuno, ben sapendo che questo incontro ci può essere solo se noi sappiamo farci da parte. Non vuol dire essere dimenticati... Siamo responsabili di quello che addomestichiamo...


Addomesticati alla fede

da Teologo Borèl

del 05 febbraio 2006

“A tutti i grandi che sono stati bambini ma non se lo ricordano più”...così inizia il Piccolo Principe. O, meglio, così finisce la dedica che apre il libro del Piccolo Principe. Strano destino quello dell’autore, Antoine de Saint-Exupéry. E non mi riferisco alle coincidenze della sua scomparsa, avvenuta misteriosamente mentre era in volo con il suo piccolo aereo. Quanto piuttosto al fatto che fosse scrittore per passione, ma ce lo ricordiamo soprattutto per questo. E che abbia scritto anche altre cose, meno “infantili” se vogliamo, ma il suo nome è indissolubilmente legato a quello del Piccolo Principe. E dell’aviatore, suo compagno nel deserto, personificazione dell’autore stesso. La “magia” di questo libro, però, non sta nel suo essere capace, ancora oggi di affascinare generazioni di bambini,quanto nell’essere capace di dire qualcosa anche ai grandi, riportandoli allo sguardo dei piccoli. E, credetemi, vale per i bambini, vale per gli adulti... ma vale anche per gli adolescenti. Vale, in poche parole, per tutti i soggetti del processo educativo.

Perché è una storia di crescita, di educazione, fondamentalmente. Quindi, come il libro ci ricorda dalle prime pagine, è bene capire che bambini e ragazzi non sono piccoli adulti, sono bambini e ragazzi. Qualcuno può dire che è ovvio... ma proviamo a guardarci meglio intorno, dove vediamo ragazzi superimpegnati in mille e mille attività e con così poco tempo per giocare, per avere un po’ di fantasia... C’è una grossa differenza tra come vede le cose un bambino e come le vede un adulto: “I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta”. Trasformandoli in piccoli adulti, li tiriamo dalla parte di quelli “che non capiscono niente”; li facciamo diventare dei piccoli noi. “Sono fatti così. Non c’è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi”. Sono poi molte altre le indicazioni che ci vengono date da questo piccolo libro. L’episodio più famoso, probabilmente, il più usato in ambito educativo è quello dell’incontro con la volpe. Il Piccolo Principe stava cercando gli uomini “Gli uomini? Ne esistono, credo, sei o sette. Li ho visti molti anni fa. Ma non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qua e là. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto” gli aveva spiegato un fiore. E, cercando gli uomini, trovò una volpe, che gli chiese di addomesticarla. La richiesta sorprende il lettore, anche perché sembra che la volpe chieda di essere addomesticata solo per rifuggire alla noia del quotidiano “La mia vita è monotona... Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata”. Ma non è così anche per molti adolescenti, che si trascinano stancamente desiderosi di un incontro che non sanno chiedere? In fin dei conti desiderano essere addomesticati “addomesticare vuol dire creare dei legami....bisogna essere pazienti” soprattutto in un tempo in cui “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici”. Perché non conoscono che le cose che si addomesticano. Questo desiderio di “essere addomesticati”, di entrare in relazione, ma in una relazione che sia significativa, capace di dare qualcosa a questi ragazzi, senza trasformarli in “piccoli noi”, non è così facile.

Al Piccolo principe non sono riusciti ad offrirla né il re, troppo preoccupato delle apparenze, né il vanitoso, interessato solo ad un adulatore, né l’ubriacone , chiuso nel suo sconforto “bevo... per dimenticare...che mi vergogno di bere”. Non gli sa offrire nulla il geografo, conoscitore dei massimi sistemi, ma che non ha mai viaggiato, né l’uomo d’affari, che afferma di possedere le stelle, ripetendo “sono un uomo serio, io”. “Io”, disse il piccolo principe, “possiedo un fiore che innaffio tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le settimane. Perché spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai. È utile ai miei vulcani, ed è utile al mio fiore che io li possegga. Ma tu non sei utile alle stelle...”. L’unico che gli suscita una certa simpatia è il lampionaio, costretto da un’insensata consegna (come insensate appaiono ai bambini e ai ragazzi molte cose che facciamo noi grandi) ad accendere e spegnere il lampione ogni minuto: “Quest’uomo, si disse il piccolo principe, continuando il suo viaggio, quest’uomo sarebbe disprezzato da tutti gli altri, dal re, dal vanitoso, dall’ubriacone, dall’uomo d’affari. Tuttavia è il solo che non mi sembri ridicolo. Forse perché si occupa di altro che non di se stesso”. L’unico uomo che sappia farsi davvero vicino, amico del Piccolo Principe è l’aviatore, suo “compagno di viaggio”, capace di accompagnarlo, di ascoltare i suoi racconti, senza tormentarlo di richieste, anche perché “il Piccolo Principe non rispondeva mai alle domande”. È lui che se lo carica in groppa per raggiungere il pozzo. È lui che sa disegnargli una pecora per il suo pianeta. È lui che perde tempo per il Piccolo Principe, come il Piccolo Principe aveva perso tempo per il suo fiore: “un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”. Mentre, molte volte, noi confondiamo tutto, mescoliamo tutto, educare, e in particolare educare alla fede, vuol dire farsi vicini nel cammino, disposti a prendere l’altro in braccio, quando occorre. Ma comunque camminando insieme. Vuol dire rispettare i tempi dell’altro, i suoi “riti” (una cosa che gli uomini oggi hanno dimenticato), vuol dire accompagnare i bambini e i ragazzi ad un incontro che sia davvero significativo, visto che spesso “si è soli anche in mezzo agli uomini”. Vuol dire che “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce”, per citare il concilio Vaticano II, che questi ragazzi ci interessano, non ci lasciano indifferenti: “tutto cambia nell’universo se in qualche luogo, non si sa dove, una pecora che non conosciamo ha, sì o no, mangiato una rosa. Guardate il cielo e domandatevi: la pecora ha mangiato o non ha mangiato il fiore? E vedrete che tutto cambia...“.

Educare; addomesticare alla fede, infine, è anche accompagnare verso l’incontro con Qualcuno, ben sapendo che questo incontro ci può essere solo se noi sappiamo farci da parte. Non vuol dire essere dimenticati... Se saremo buoni compagni di viaggio, si ricorderanno di noi: “Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha...” “Che cosa vuoi dire?”. “Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”. Saremo per loro sempre un riferimento, perché siamo responsabili di quello che addomestichiamo.

Paolo Festa

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