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20. Un oratorio che ha per tetto il cielo

Per le confessioni facevamo così. Di buon mattino, nei giorni di festa, mi recavo nel prato, dove già parecchi ragazzi mi aspettavano. Mi sedevo sulla riva di un fosso e ascoltavo chi voleva confessarsi. Gli altri facevano la preparazione o il ringraziamento. Al termine, cominciavano i giochi...


20. Un oratorio che ha per tetto il cielo

da Don Bosco

del 08 gennaio 2007

 

 

Confessare sulla riva di un fosso

Marzo 1846. Ancora una volta, con grande rincrescimento e notevole disagio, abbiamo fatto fagotto. Dai fratelli Filippi presi in affitto un prato (adesso è occupato da una fonderia di ghisa).'

L'Oratorio si trovò così a cielo scoperto, sull'erba di un prato, circondato da una siepe stentata che lasciava entrata. libera a tutti. I ragazzi andavano dai trecento ai quattrocento, e si trovavano benissimo in quell'Oratorio che aveva per tetto il cielo. Ma io dovevo risolvere questioni pratiche. Dove celebrare la Messa? Come dare la possibilità di fare la Comunione e di pregare? Tutto ciò che riuscivamo a fare era un po' di catechismo, qualche canto sacro, la recita dei vespri. Dopo le preghiere, don Borel oppure io salivamo su un rialzo del terreno o su una sedia, e parlavamo ai giovani. Ci ascoltavano sempre con tanta buona volontà.

Per le confessioni facevamo così. Di buon mattino, nei giorni di festa, mi recavo nel prato, dove già parecchi ragazzi mi aspettavano. Mi sedevo sulla riva di un fosso e ascoltavo chi voleva confessarsi. Gli altri facevano la preparazione o il ringraziamento. Al termine, cominciavano i giochi.

Con tromba e tamburo verso Superga

Ad una certa ora si suonava la tromba e i giovani si radunavano. Un altro squillo di tromba invitava al silenzio. Allora annunciavo dove saremmo andati ad ascoltare la santa Messa e a fare la Comunione.

Si partiva (come ho già detto) per il santuario della Consolata, per Madonna di Campagna, per Stupinigi o per un altro dei luoghi che ho sopra nominati.

Sovente, per raggiungere luoghi lontani, facevamo delle belle camminate. Ne descriverò una che ci portò fino a Superga. Dallo svolgimento di questa, sarà facile capire come si svolgevano anche le altre.

I giovani erano nel prato, giocavano alle bocce, alle piastrelle, si divertivano sui trampoli. Ad un tratto rullò il tamburo. Subito dopo la tromba diede i segnali di adunata e di partenza. Ci siamo recati tutti ad ascoltare la Messa, e dopo le 9 ci mettemmo in strada alla volta di Superga. Ci eravamo divisi i compiti di salmeria: chi portava i canestri del pane, chi gli involti del formaggio e del salame, chi i canestri della frutta. Finché fummo in città, cercammo di mantenerci in silenzio. Poi cominciarono gli schiamazzi, i canti, le grida. Ma continuavamo a stare in file ordinate.

Grida e schiamazzi: una splendida armonia

Ai piedi della salita che conduceva alla Basilica, trovammo un magnifico cavallino, bardato a festa. Lo aveva mandato don Anselmetti, parroco di Superga. Trovammo pure una lettera di don Borel, che ci aveva preceduti. Salii sul cavallo e lessi ad alta voce la lettera: « Venite su tranquilli. La minestra, la pietanza e il vino vi aspettano ». Quelle parole furono accolte da urla di gioia, applausi e ovazioni.

Ci avviammo insieme al cavallo cantando e schiamazzan­do. I più vicini facevano ruvide carezze all'animale, prenden­dolo per le orecchie, le narici, la coda. La brava bestia soppor­tava tutto con mansuetudine, dimostrando più pazienza di chi portava in groppa. In mezzo a tutto quel trambusto avevamo la nostra musica che cercava di farsi sentire: un tamburo, una tromba, una chitarra. Non andavano molto d'accordo, ma ser­vivano a far rumore, e insieme alle voci scatenate dei ragazzi componevano una splendida armonia.

Mongolfiere verso il cielo

Alla sommità della collina eravamo sazi di ridere, scherza­re, cantare, urlare. I ragazzi erano sudati, e per non esporci al­l'aria ci radunammo nel cortile del santuario. Fu subito distri­buito il necessario per calmare il vigoroso appetito. Dopo un po' di riposo, li radunai e narrai minuziosamente la meravigliosa storia di quella basilica, delle tombe reali che conserva nei sot­terranei, dell'Accademia Ecclesiastica' che vi era stata eretta da re Carlo Alberto con l'appoggio di tutti i vescovi dello Stato.

Don Guglielmo Audisio, preside dell'Accademia, regalò a tutti il pranzo. Il parroco aggiunse il vino e la frutta.

Per due ore, nel pomeriggio, visitammo i luoghi più interes­santi. Poi ci radunammo in chiesa, dove era arrivata molta gente. Alle 15 salii sul pulpito e feci un breve discorso. Prima della benedizione eucaristica i nostri « cantori » eseguirono un bel Tan­tum Ergo per voci bianche. La gente ascoltò ammirata. Alle 18, sul piazzale, abbiamo lanciato verso il cielo alcune mongolfiere. Poi ringraziammo vivamente chi ci aveva ospita­to con tanta cordialità, e ripartimmo per Torino. La strada fu percorsa tra un continuo cantare, ridere, correre, pregare. Giungemmo in città. Man mano che qualcuno passava vici­no a casa sua, ci salutava. Quando arrivai al Rifugio rimaneva­no con me sette o otto giovani dei più robusti. Mi avevano aiu­tato a riportare gli attrezzi, i canestri, il tamburo.

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